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Le mani della cosca Arena sul Cara di S. Anna, 68 fermi della Dda

Il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Isola Capo Rizzuto era diventato il “bancomat” della cosca Arena, che nel piccolo paese sulla costa ionica crotonese ha il suo feudo. Una definizione quella del comandante del Ros Giuseppe Governale che rende bene l’idea di come il clan avesse messo le mani sulle attività di gestione del centro d’accoglienza più grande d’Europa riuscendo, in un decennio, ad impossessarsi di 36 milioni di euro sui 105 stanziati dallo Stato per l’assistenza ai migranti. Un affare in cui, secondo i magistrati della Dda di Catanzaro, hanno svolto un ruolo da protagonisti il governatore della Fraternita di Misericordia di Isola nonché presidente della Cofraternita Interregionale della Calabria e Basilicata, Leonardo Sacco, e don Edoardo Scordio, parroco della Chiesa di Maria Assunta. Entrambi sono finiti in carcere, insieme ad altre 66 persone, nell’operazione “Jonny” – dal nome di un maresciallo del Ros stroncato da un male incurabile mentre stava indagando – portata a termine all’alba e che ha smantellato la cosca Arena, consorteria storica e potente della ‘ndrangheta. Un’indagine complessa quella condotta dalle squadre Mobili di Catanzaro e Crotone, dai carabinieri del Ros e del Reparto operativo di Catanzaro e dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria e della Compagnia di Crotone, con i rispettivi Comandi centrali, e coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, dall’aggiunto Vincenzo Luberto e dai pm Domenico Guarascio e Vincenzo Capomolla. Sacco, imprenditore legato ad ambienti politici di vari schieramenti – è stato anche vicepresidente nazionale della Misericordia – secondo i magistrati è colui che ha permesso agli Arena di inserirsi nell’affare, consentendo a ditte create ad hoc di aggiudicarsi gli appalti indetti dalla Prefettura, non solo per il Cara di Isola ma anche per quello di Lampedusa. Un affare in cui gli Arena, comunque, non erano soli. Anche altre cosche si spartivano i soldi. Tanto che proprio questi finanziamenti sono alla base della pax mafiosa siglata nel 2004 da ‘ndrine che fino a poco prima si combattevano a colpi di bazooka. Era soprattutto il servizio catering quello su cui gli Arena lucravano. “Il cibo non bastava per tutti e spesso era quello che solitamente si dà ai maiali”, è stata la sintesi di Gratteri. I pasti, infatti, erano sempre pochi rispetto al bisogno. Questo, unito ad un giro vorticoso di false fatture, ha fatto sì che 36 milioni finissero nelle casse del clan che li ha utilizzati per l’acquisto di beni immobili, partecipazioni societarie e altre forme di investimento. Tanto che, soltanto il Ros, ha sequestrato beni per 70 milioni di euro, tra i quali un ex convento, alberghi e società di viaggio, oltre ad auto di lusso e barche. In questo contesto, secondo l’accusa, a guadagnarci era anche don Scordio. A lui, nel solo 2007, sono andati 132 mila euro. Soldi destinati all’acquisto di giornali per i migranti, ma visto che i giornali si deteriorano – era stata la giustificazione – allora meglio destinarli a servizi di assistenza spirituale. Un sacerdote, don Scordio, noto per le sue prese di posizione contro la violenza, ma che secondo gli inquirenti avrebbe anche avuto la capacità di riciclare denaro in Svizzera grazie al fratello che vi risiede. Don Scordio, indicato come gestore occulto della Misericordia, sarebbe stato addirittura l’organizzatore del sistema di sfruttamento delle risorse pubbliche destinate all’emergenza profughi, riuscendo ad aggregare le capacità criminali degli Arena e quelle manageriali di Leonardo Sacco (ANSA).

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