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Al voto! Salvini e Berlusconi usano argomenti vecchi. I temi dirimenti sono altri, a partire dalla lotta durissima alle mafie

Scritto da: MASSIMO TIGANI SAVA

Il 25 settembre gli Italiani dovranno decidere tante cose. Proviamo a elencarle in modo schematico. Il primo punto di divisione è capire se la scelta atlantista e filoamericana è ferma, decisa e non traballante. In Italia ci sono state aperture evidenti alle autarchie della Russia e della Cina che non possono essere in alcun modo definite democrazie liberali. In una certa fase Putin aveva dimostrato, per quanto sempre attento a difendere le radici identitarie, di voler integrare Mosca nell’Occidente, poi ha mutato completamente strategia fino a invadere l’Ucraina. Gli Italiani non devono e non possono dimenticare che grazie agli Anglo-Americani siamo stati liberati dal nazifascismo. Ancora una volta occorre stabilire da che parte stare. Le democrazie liberali hanno tanti difetti, ma non quelli dei poteri assoluti o quasi. Né si confonda la Russia comunista, che pur fu fondamentale nello sconfiggere Hitler e Mussolini, con l’imperialismo oligarchico verso il quale Putin sembra aver puntato con decisione, piuttosto che ascoltare le ragioni della storia culturale europea. Il secondo punto di divisione è l’europeismo. L’Unione Europea è un valore e non un limite, come purtroppo affermano, in maniera demagogica, troppi esponenti del cosiddetto centrodestra. La storia non si studia con la dovuta attenzione e si dimenticano (o si ignorano) processi basilari di lunga durata. Il nazionalismo tedesco, austriaco, francese, inglese e italiano portò a due conflitti mondiali. Con milioni e milioni di morti civili e militari, paesi interi bombardati e devastati, violenze di ogni genere. L’Europa Unita è stata l’arma istituzionale e politica più intelligente per sconfiggere i rigurgiti nazionalistici. L’Ue va ovviamente rafforzata, migliorata, puntellata, costruita anche sul fronte della condivisione di ideali e modelli economico-sociali comuni.

Terzo punto: demagogia e populismo. I più esposti su questo fronte, almeno a giudicare dai primi giorni di campagna elettorale, sono Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Stanno usando un linguaggio vecchio e superato: il pericolo immigrazione, l’oppressione giudiziaria (perché invece non parliamo di potenziamento della giustizia contro la criminalità organizzata?), la pressione fiscale (perché non parliamo di evasione fiscale?)… Troppo facile gettare nebbia sullo smarrimento di una popolazione che comunque non abboccherà e che non sempre ha ragione (non tutte le cartelle di Equitalia sono ingiuste, perché c’è anche chi non paga per fare il furbo!). Occorre, invece, discutere di progetti seri, di sviluppo, di crescita, di lavoro, di giustizia sociale, di doveri oltre che di diritti, di formazione, di senso civico. E il leader di Forza Italia piuttosto che accennare all’oppressione giudiziaria farebbe meglio a sottolineare che nel nostro Paese la vera emergenza è quella dello strapotere dei poteri criminali collegati con la massomafia e con la borghesia mafiosa. Su questo tema Enrico Letta dovrebbe, assieme ad altri, essere molto chiaro e determinato: la lotta durissima alle mafie, rivedendo anche quelle riforme della giustizia che sono state poco ponderate e che hanno segnato le ragionate critiche di buona parte della magistratura, deve essere una priorità assoluta. Continue inchieste della magistratura, non solo al Sud, ma anche nelle regioni più produttive del Paese, stanno dimostrando che le enormi risorse economiche sporche gestite dalla criminalità organizzata hanno infettato settori deviati della politica, delle amministrazioni pubbliche, dell’economia, dell’imprenditoria, delle professioni, della finanza. Altro che meno processi! Solo un sistema giudiziario forte e l’eliminazione di ogni sordina alla libera informazione possono contrastare l’emergenza delle emergenze: la ‘ndrangheta, la camorra, la mafia e i loro alleati con i colletti bianchi.

Concludendo voglio ignorare le questioni dei diritti civili, perché i drammi sociali sono troppi. Anche su questo fronte occorre però fare chiarezza. Basta con le logiche degli aiuti. Qui serve sviluppo. L’Italia – recita la Costituzione – è una Repubblica fondata sul lavoro. Sulla dignità del lavoro. Sul diritto al lavoro. E non sui sussidi a pioggia che peraltro presentano ampie distorsioni. Lo stesso ragionamento vale per le imprese alle quali occorre garantire le condizioni ottimali per investire, per essere competitive, per guadagnare e quindi per assumere generando occupazione produttiva. Anche il sindacato può e deve svolgere un ruolo fondamentale su questo fronte, certo difendendo i diritti dei lavoratori, ma soprattutto costringendo la politica a discutere di grandi programmi di sviluppo, di industrializzazione sostenibile, di valorizzazione delle migliori risorse del Paese comprese quelle naturalistiche e culturali. Basta con la gara delle promesse, altrimenti si torna alla Roma degli imperatori: giochi nel circo e pane gratis per la plebe. Vogliamo un’Italia di cittadini e non di plebei alimentai dall’assistenzialismo. Di cittadini che – richiamiamo ancora una volta la Costituzione – senza distinzioni di alcuna natura (razza, ceto sociale, ecc.) abbiamo pari opportunità e pari diritti, in una logica di meritocrazia e di piena responsabilità.

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