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Attacchi mediatici ingiusti contro Nicola Gratteri. Si respinga coralmente ogni possibile tentativo di delegittimazione

A proposito di quanto ascoltato ieri sera durante l'ultima puntata di "Quarta Repubblica" Scritto da: MASSIMO TIGANI SAVA

Il timore che un coraggioso, competente e indipendente magistrato qual è Nicola Gratteri, attuale Procuratore della Repubblica a Catanzaro, possa essere inviato dal Csm a svolgere lo stesso ruolo a Milano, sembra essere sempre più forte e incalzante. Quanti lo temono hanno, evidentemente, buone ragioni per farlo: nessuno è in grado di condizionarlo o di orientarlo. Nicola Gratteri è il più importante magistrato, a livello mondiale, nel contrasto legale alla ‘ndrangheta: non solo a quella classica, che si occupa di traffici vari quali droga, armi, rifiuti tossici, prostituzione, ma anche di quella che si è evoluta in un mostro tentacolare che inquina l’economia, la finanza, l’imprenditoria, le istituzioni, la politica, la vita quotidiana di tutti. Questa è una verità che si può gridare a voce alta, senza timore di smentita, perché è sacrosanta, confermata dalla stima anche internazionale di cui gode Gratteri e dai prevalenti giudizi dell’opinione pubblica. Accanto a Nicola Gratteri, per fortuna, operano numerosi altri magistrati, sia in Calabria, sia nel resto d’Italia, che danno tutto se stessi nel combattere le mafie in ogni loro possibile articolazione, comprese quelle che hanno cointeressenze con i poteri deviati, siano essi di natura economico-finanziaria o politico-istituzionale. E, fortuna ancora maggiore, esistono settori ultra-specializzati della Guardia di Finanza, dei Carabinieri e della Polizia, coordinati dalla Dna e dalle varie Dda, schierati contro il pericolo che l’Italia possa trasformarsi in un “paradiso mafioso”, cioè in una sorta di terra di nessuno in cui il crimine organizzato la faccia da padrone. L’azione congiunta di magistratura e forze dell’ordine impegnate contro la criminalità organizzata protegge e tutela la stragrande maggioranza degli italiani perbene, degli imprenditori perbene, degli amministratori pubblici perbene.

Questi “assiomi” siano chiari a tutti, a meno che non si voglia tornare al secolo precedente in cui non era difficile imbattersi in espressioni brutali del tipo: “La mafia non esiste”! Le mafie, invece, esistono, sono forti, governano risorse finanziarie infinite, hanno corrotto, comprato e coinvolto professionisti anche molto capaci, imprenditori senza scrupoli, politici inquinati, settori infedeli dello Stato. Le mafie votano e fanno votare. E accanto alle mafie intese in senso stretto e tradizionale, sono cresciute le “massomafie”, neologismo utile a dipingere quei poteri deviati della società che hanno ramificazioni ovunque, che pesano, che giocano il ruolo dei burattinai.

Ci duole dover ricordare ancora una volta che quando mafia e massomafia furono assediate dal lavoro generoso e straordinario di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Carlo Alberto dalla Chiesa, Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Beppe Montana, Ninni Cassarà, Rosario Livatino, Antonino Scopelliti… la risposta dei poteri criminali più o meno pilotati fu quella delle stragi, della morte, dell’attacco al cuore della Repubblica. Abbiamo menzionato solo alcuni dei magistrati e degli esponenti delle forze dell’ordine più conosciuti, ma accanto a loro dovremmo elencare tanti altri valenti servitori dello Stato, sacerdoti, giornalisti, sindacalisti, esponenti politici come Pio La Torre, imprenditori che hanno alimentato il lago di sangue che ha tormentato la Sicilia, e in parte la Calabria, per decenni. Un orribile lago di sangue, una vergogna assoluta degna non certo dell’Italia ammirata nel mondo per la sua cultura, la sua spiritualità, la sua genialità. Oggi l’opzione stragista non è più praticabile, perché è cambiato il sentire collettivo, è mutato profondamente il quadro politico, si sono evoluti gli equilibri internazionali, e gli eventuali tifosi del sangue temono che la reazione del Paese, in tutta la sua complessità, sarebbe di una durezza estrema tale da sfiancare ogni resistenza e far saltare ogni santuario di illegalità e collusione. E allora cosa immaginare per frenare l’attuale azione di contrasto alla ‘ndrangheta, alla massomafia e ai loro alleati? La demolizione “culturale” dei Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dell’oggi, che hanno una punta di diamante in Nicola Gratteri. Equazione tanto semplice da decifrare quanto meritevole di una risposta collettiva potente, soprattutto da parte di quella vastissima porzione di mondo politico e di intellettualità che ha le idee chiare, che conosce la storia, che legge l’attualità con approccio serio e non strumentale. Serve una reazione democratica frontale, alta, severa, che ripristini il senso delle cose, che respinga ogni tentativo di delegittimazione, diretto o indiretto, pensato o casuale, orchestrato o spontaneo, solitario o condiviso.

Ieri sera l’ultima puntata di “Quarta Repubblica” si è tradotta, almeno in parte, in un’inspiegabile e oggettivo attacco mediatico contro Nicola Gratteri: se non l’avete seguita, riascoltatela sul sito ufficiale di Mediaset e fatevi un’opinione da soli. Personalmente ho sempre ammirato l’ottimo Nicola Porro, analista non comune dei processi economico-sociali ed economico-politici, arguto e documentato. Adoro letteralmente il Vittorio Sgarbi che parla di arte, che descrive dipinti lasciandoti incollato davanti al monitor, che diventa testimone colto di battaglie per la difesa della bellezza italiana e del paesaggio, che propugna un nuovo Rinascimento. So quanto possa essere difficile la vita di un direttore di giornale, come nel caso di Piero Sansonetti, soprattutto se non sorretto da case editrici robustissime. Ho molto apprezzato alcuni passaggi di Guido Crosetto, degni dell’illuminata scuola di Cesare Beccaria: il tema delle carceri, della dignità dell’individuo, dei diritti fondamentali sono basilari per non smarrire l’obiettivo di costruire una civiltà avanzata e umana. Ma in tutta onestà e con assoluta tranquillità, gli attacchi pesantissimi giunti nei confronti di Nicola Gratteri non li posso accettare, non li condivido, li respingo fermamente, li ritengo ingiusti, anche da giornalista, scrittore e intellettuale calabrese che vive quotidianamente una Calabria devastata, umiliata, soggiogata dal crimine organizzato e dai poteri deviati. I protagonisti della puntata di ieri sera di “Quarta Repubblica” dovrebbero riascoltarsi, e mettersi una mano sulla coscienza: ma lo sanno che Nicola Gratteri rischia ogni giorno la vita per debellare la Calabria dalla mostruosità della ‘ndrangheta? Pensano per caso che la ‘ndrangheta possa aver raggiunto tale livello di potere, di ricchezza e di capacità di condizionamento contando solo sui criminali affiliati di stampo più tradizionale? Ma la stanno seguendo davvero con attenzione l’evoluzione delle inchieste e dei processi, così come fanno da mesi tanti validi cronisti disseminati nei vari giornali cartacei o online? Sono consapevoli della pericolosità assoluta della ‘ndrangheta e dei suoi alleati più subdoli e nascosti? Immaginano che la ‘ndrangheta possa essere confinata nelle sole aree a più alta densità mafiosa della Calabria? Non hanno avvertito, da vari segnali giunti non solo dalla Dda di Catanzaro, ma anche da quella di Reggio Calabria e dalla stessa Dna, che la ‘ndrangheta ha letteralmente infettato il resto d’Italia e diversi Paesi europei ed extra-Ue dove ha investito capitali ingentissimi? Ma vi volete mettere per un attimo nei panni di Nicola Gratteri che ieri ha ascoltato quelle parole? Vi sembra corretto? Vi sembra la giusta moneta con la quale ripagare un grande magistrato che vive sotto scorta da decenni?

Non voglio neanche immaginare di includere quanto accaduto ieri sera da Nicola Porro nell’inquietante e pericolosa azione che mira a delegittimare Nicola Gratteri, ma in ogni caso l’esito della puntata di “Quarta Repubblica” ha lasciato grande amarezza e disorientamento in quanti sperano che alla fine di questa “guerra” ne escano vittoriosi lo Stato e la Democrazia, e non le mafie. Nicola Porro, con l’onestà intellettuale che ha dimostrato in tante occasioni, troverà di certo il modo per rimediare. Se poi, anziché prendere di mira Nicola Gratteri e la sua fondamentale azione anti-ndrangheta, si vuole aprire un ragionamento ampio, e di respiro anche storico, sul livello della classe politica nazionale, sul sistema carcerario, sulla giustizia da riformare, sul giusto equilibrio dei poteri richiamando l’intramontabile lezione del Montesquie, sulla debolezza intrinseca di un’Italia che troppo spesso svolge il ruolo di soggetto debole tra potenze pronte a sbranarla, nessuno si tirerà indietro. Intanto, spero che tutti coloro i quali considerano Nicola Gratteri un eroe della società contemporanea, un valentissimo servitore dello Stato che come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ti restituisce l’orgoglio di dirti Italiano, un magistrato che non fa politica e non agisce in maniera strumentale contro nessuno, si facciano sentire e alzino la voce.

Infine una puntualizzazione, per non correre il rischio di apparire insensibili o ciechi. Gli errori giudiziari? Sono sempre possibili. Così come si può morire nella sala chirurgica della migliore delle équipe mediche. Così come un giornalista anche scrupoloso può imbattersi nella più carogna delle cantonate. Così come un ingegnere o un architetto possono incorrere in una svista grave nell’elaborazione di un progetto. I possibili errori giudiziari, in un quadro di valutazione complessiva del sistema italiano, vanno risolti aumentando il livello delle garanzie costituzionali, lasciando massima serenità ai magistrati giudicanti, affrontando con estrema determinazione le gravissime problematiche e allarmanti vicende che sono emerse proprio in questi mesi e che meritano un’attenzione straordinaria e risolutiva. Il carcere ingiusto, e quindi l’eventuale pena afflittiva subita da un innocente, è una possibile “falla” da scongiurare quasi in maniera assoluta. Né si può omettere di ricordare che sono comunque dei giudici neutrali, e non gli stessi pm, a disporre la misura della custodia cautelare in carcere. Sono altrettanto convinto che il livello di civiltà di un Paese si misuri anche dalla qualità o meno del sistema carcerario. Privare un cittadino, anche se colpevole, della libertà personale è l’unica afflizione da comminare: non deve esisterne nessun’altra, neanche per il peggiore e più recidivo dei delinquenti. Il sistema carcerario, a meno che non si voglia prendere in considerazione la pena di morte che ogni vero Cristiano rifiuta, ha il fine tanto di isolare la gente pericolosa o che ha commesso gravi reati, quanto di tentare di rieducarla, di proporre percorsi virtuosi (istruzione, cultura, lavoro, amore per la vita, spiritualità…) rispetto a quelli della violenza, della sopraffazione, della disumanità, del crimine. In quest’ambito si apre un confronto epocale fra aspirazione alla società perfetta e vita reale fatta anche di crimini imperdonabili, di atroce sofferenza delle vittime e dei familiari. Ognuno può decidere di seguire la strada che ritiene più opportuna, ma chi si riconosce da laico nello Stato di Diritto, o da credente nella Parola di Cristo, ha una via maestra da seguire.

Di fronte alla ‘ndrangheta e alla sua ferocia bisogna solo decidere da che parte stare, senza “se” e senza “ma”: non sono ammesse prese di posizione anche indirettamente strumentali o ambigue. Nicola Gratteri merita, dall’Italia intera, solo una parola: grazie! (Massimo Tigani Sava)

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