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Calabria, come si potrà reagire al disastro economico-sociale?

Superata l’emergenza del Coronavirus, si spera il più in fretta possibile, occorrerà concentrarsi sul disastro economico-sociale che ormai tutti danno per scontato. A livello nazionale c’è chi evoca gli scenari della fine della Seconda Guerra Mondiale che, ricordiamolo, registrarono come potente svolta il Piano Marshall (annunciato nel giugno 1947). Non c’è osservatore competente che non giudichi la situazione oggettivamente grave, anche perché questa “peste” del XXI secolo non ha fatto altro che accelerare processi negativi già abbondantemente in corso.

Se tutti i governi del mondo sono preoccupati, tanto da stanziare cifre colossali per combattere la recessione (2.000 miliardi di euro negli Usa, circa 1.000 in Germania, ecc.), ci si chiede che cosa ne sarà del martoriato Mezzogiorno d’Italia e della povera Calabria. Al Sud la crisi è strutturale, endemica e “pandemica”, almeno dall’Unità d’Italia ad oggi. È stata ancora una volta l’emigrazione di massa a fare da valvola di sfogo sociale, e lo si è capito anche dai rientri forzati, proprio in questi giorni, di lavoratori temporanei e precari impegnati in questo o quel cantiere, o ristorante o quant’altro. Era già accaduto nell’Ottocento e Novecento, tant’è che esistono due Calabrie al di là del Pollino e del mare: dall’Australia alle Americhe, dalla Francia alla Germania e al Belgio.

Ma ora cosa accadrà, si chiedono tutti? I provvedimenti del governo già adottati o in corso di discussione non sembrano avere la capacità di incidere positivamente sulla tragedia Calabria. Perché? Semplice! La Calabria va prima di tutto letta e capita, nel senso che occorrerebbe, in maniera propedeutica, conoscerne le difficoltà reali e specifiche, e poi stabilire quali medicine utilizzare. La Calabria è fatta di tante piccole e micro aziende, spesso a conduzione familiare. La Calabria è fatta di un sistema finanziario debolissimo che non regge ai parametri imposti dall’Europa. La Calabria ha subito, nei decenni, classi dirigenti inadeguate. La Calabria non ha un progetto di sviluppo, non ha un presente e un futuro. La Calabria è di fatto lasciata a se stessa.

Per uscire da una condizione economico-sociale tanto traumatica quanto profonda, non serviranno né provvedimenti tampone né regole non misurate sugli effettivi bisogni di questa regione. Occorre immaginare una “Cura Calabria”, avendo il coraggio di pensare a soluzione diverse, alternative, mirate, straordinarie, lucide, innovative. Una vera rivoluzione o l’ennesimo pernicioso fallimento!

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