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Calabria zona rossa: anche se i casi non sono molto numerosi, il sistema sanitario non è abbastanza resiliente

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La Calabria contrattacca. La giunta regionale impugnerà davanti al Tar del Lazio l’ordinanza con la quale il ministro della Salute l’ha messa sotto chiave al pari di Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta, ed anche il decreto col quale il Governo ha prorogato per altri tre anni il commissariamento della sanità. Ieri è stata la giornata delle proteste e del dissenso. Lo si può capire: la reazione di chi non si sente garantito e teme per il futuro non può che essere improntata all’esasperazione, ma è evidente che se non si fa qualcosa subito per interrompere la catena dei contagi si va a sbattere contro un iceberg ben più grosso. Per far accettare il nuovo confinamento occorre che la popolazione abbia consapevolezza di quello che sta accadendo, ed invece arrivano segnali che si prestano a diverse interpretazioni: l’Istituto superiore di Sanità valuta basso l’attuale impatto del Covid sugli ospedali calabresi, ciononostante giudica la Calabria fra i quattro territori a più alto rischio. Per diversi motivi. Anzitutto, la nostra regione ha uno dei peggiori indici di trasmissibilità, ed ha strutture sanitarie che possono andare in crisi molto rapidamente. Lo ha ribadito ieri sera il direttore generale del settore prevenzione del ministero della salute, Gianni Rezza, durante la conferenza stampa sull’analisi dei dati della cabina di regia e degli indicatori che hanno portato al Dpcm dell’altro ieri. Da un lato, ha detto Rezza, la crescita dell’Rt, che stima la tendenza all’escalation dei casi, porta a ritenere che la rapidità della trasmissione del virus possa diventare molto critica in un tempo assai breve, dall’altro esiste una probabilità di occupazione dei posti letto, sia nelle terapie intensive che nei reparti Covid, superiore al 50%. Insomma, anche se i casi non sono, in assoluto, molto numerosi il sistema non è abbastanza resiliente ed i segnali che giungono dalle strutture ospedaliere sono piuttosto preoccupanti.

VIDEO | Rezza: «In Calabria c’è una percentuale di probabilità di occupazione delle T.I. e delle aree mediche superiori al 50%»

C’è poi un altro problema: le risorse professionali della sanità calabrese sono tra le più basse d’Italia, specie a livello della medicina territoriale. E l’esigua disponibilità di personale fa sì che la regione abbia uno dei più fragili sistemi di controllo. Ora ci sono due settimane per tamponare la tendenza al continuo rialzo di contagi e ricoveri e limitare i danni sul tessuto economico. Fare le barricate non serve, e meno ancora serve assecondare la rabbia vellicando il senso di vittimismo. Il Governo ha sbagliato ad aspettare: il ritardo di 24 ore dell’entrata in vigore di nuove misure sarà pagato da altre persone, da altri italiani, forse con altre vittime, e dopo la strage di febbraio-marzo questo è inaccettabile. Così com’è inaccettabile l’indecoroso spettacolo offerto dalle regioni: ieri, Stefano Cappellini ha giustamente parlato di “arcigno federalismo quando si tratta di lucrare meriti e consenso, e di centralismo frignone quando c’è da prendere decisioni impopolari”. Un atteggiamento inqualificabile. Le regioni non possono, al tempo stesso, strillare per chiedere più autonomia e lamentarsi quando gliela si riconosce. E dopo il martirio dei mesi scorsi, è miserabile pensare di governare i territori soffiando sul fuoco e sfuggendo le responsabilità. La rettifica dei dati sulle terapie intensive di tre giorni fa, che ha declassato i non intubati per far sgonfiare il numero dei ricoveri, più che il goffo tentativo di rientrare in parametri più benevoli, sembra decisamente il simbolo della resa di un sistema.

Francesco Sibilla

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