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Caporalato, operazione della Polizia nella Piana di Gioia Tauro: nove le misure cautelari (VIDEO)

Approfittando della loro situazione, e dunque sciacallando su chi, in qualche modo, deve pur sfamarsi, reclutavano a costi bassissimi lavoratori extracomunitari, cioè migranti africani, che poi impiegavano nella raccolta degli agrumi. Sono nove le persone arrestate oggi dalla Squadra mobile di Reggio Calabria nella Piana di Gioia Tauro ed accusate, a vario titolo, di intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro ed intestazione fittizia di beni. Si tratta di datori di lavoro, ovvero di piccoli imprenditori agricoli, di caporali e di faccendieri. Tre dei nove arrestati sono finiti in carcere, gli altri sei ai domiciliari. A loro carico sono anche state effettuate delle perquisizioni domiciliari. L’inchiesta, denominata “Rasoterra”, è stata coordinata dalla Procura di Palmi che ha fatto luce su alcune vicende di grave sfruttamento lavorativo nelle campagne della Piana: l’indagine ha riguardato i fenomeni di caporalato avvenuti tra il giugno del 2018 e lo stesso mese dell’anno successivo, e ruotati attorno alla baraccopoli di San Ferdinando, presso la quale i migranti alloggiavano, smantellata nel marzo del 2019. Nelle attività di controllo sulle aziende agrumicole, gli investigatori hanno sentito le deposizioni di alcuni braccianti sfruttati ed infine, grazie alle intercettazioni telefoniche, è emerso un contesto di assoluto rilievo criminale: datori di lavoro, caporali e faccendieri reclutavano ed impiegavano i lavoratori extracomunitari che ogni anno arrivano nella Piana nel pieno della stagione della raccolta degli agrumi. Il sistema di sfruttamento faceva capo, principalmente, a Filippo Raso, ritenuto anche vicino alle cosche di Gioia Tauro, condannato per associazione mafiosa, sottoposto all’obbligo di soggiorno e titolare di fatto dell’azienda agricola sequestrata nell’inchiesta, che aveva intestato alla figlia, indagata a piede libero, poiché egli era stato destinatario di un provvedimento di confisca e pertanto non avrebbe potuto possedere un’azienda. L’accusa di intestazione fittizia di beni deriva proprio da questo. Secondo i magistrati e la polizia era Raso ad impartire gli ordini, a minacciare e punire chi non li eseguiva, avvalendosi di una rete di collaboratori. Tra i quali c’erano Ibrahim Ngom e Karfo Kader, due caporali che gestivano i braccianti, occupandosi del loro reclutamento e tenendoli sotto controllo. Kader era anche colui che conduceva con un furgone i lavoratori nei campi e che poi li pagava. Al fianco di Filippo Raso c’erano Mario Montarello, che teneva i contatti coi caporali, Domenico Carreri, altro reclutatore di manodopera, e Francesco Calogero, titolare di una piccola azienda agricola che collaborava in contatto con quella sequestrata. Anche il figlio di Raso, Pasquale, era coinvolto nella vicenda, anche quando non era ancora maggiorenne: dava direttive, pagava i lavoratori. I mezzi per il trasporto degli extracomunitari erano forniti da Giacomo Mamone.

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