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Catanzaro guardi a un sindaco con la “S” maiuscola. Fiorita e la speranza di rinnovamento, Ferro coraggiosa, Talerico determinato

Scritto da: MASSIMO TIGANI SAVA

Nicola Fiorita

A Catanzaro, città senza presente e senza futuro, non serve solo un buon amministratore, ma un Sindaco con la “S” maiuscola. Un Sindaco capace di invertire un modo di considerare la politica e la pubblica amministrazione che ha dimostrato, soprattutto negli ultimi dieci anni, tutti i propri gravi limiti. Le ultime due legislature a guida di Sergio Abramo sono state molto deludenti sotto diversi profili, ma le colpe politiche non sono solo sue. Sarebbe ingiusto, oltre che scorretto, caricare solo su Sergio Abramo gli errori di visione che hanno caratterizzato troppi anni di vita di un capoluogo senz’anima, senza progetto complessivo di sviluppo. È possibile riscontrare uno degli emblemi di questa mancanza di visione nel modello di crescita urbanistica che sta modificando a ritmi sostenuti il paesaggio urbano lungo la statale jonica 106 che dal cavalcavia di Giovino corre verso Sellia e Botricello. Un’ennesima colata di cemento non sorretta da un’idea ampia, ariosa e complessiva di rapporto fra centro storico e quartiere marinaro, nelle more di un Progetto urbanistico ed economico-sociale di città di mare che dovrebbe essere ben altro. Lo sanno gli esperti, i tecnici, le categorie professionali. Dovrebbero saperlo anche i politici cui però non mancano bacini elettorali anche consistenti. Tra i casi emblematici potremmo ricordare anche quello del porto, o della mancata strenua difesa del ruolo centrale e propulsivo che l’Università deve avere a Catanzaro. Per non dire di una perdurante asfittica dimensione turistica di una Città di mare che non sa, o non vuole, valorizzare al meglio le proprie impronte identitarie, e che si limita a gestire un ordinario che, al massimo, può stare bene a pochi (e per ora fermiamoci qui!). Tutti argomenti sui quali ritorneremo presto, anche con importanti dettagli. Permangono, in ogni caso, i difetti strutturali di una storia che parte nell’immediato Dopoguerra e che ha trasformato una città medievale stupenda in un agglomerato disordinato di palazzoni fatti costruire ovunque, assieme anche a dei villoni. Tutti conoscono i perché, quasi nessuno si muove in decisa marcia contraria, mettendo un punto fermo per ripartire sorretti da ideali e propositi più europei e direi anche magnogreci (nel senso di culto della bellezza e dell’armonia). In una battaglia così decisiva per il futuro di una città che ha perso anche molto ruolo politico in ambito regionale e nazionale, non sarebbe dignitoso nascondersi e omettere giudizi che non sono rivolti alle persone, ai singoli, ma ai comportamenti politici.
L’idea che parte del cosiddetto centrodestra ha avuto di mollare politicamente Abramo, di rinunciare a difenderne l’eredità, e addirittura di ipotizzare la costruzione di un futuro diverso con tanti che nelle due ultime legislature hanno avuto ruoli fondamentali, è inspiegabile. Non è sufficiente aver scelto un professore universitario di notevole spessore culturale e professionale per riverniciare comportamenti politici sui quali pendono giudizi importanti. Qualcuno si ritiene decisivo, ma bisognerebbe capire perché e in che senso. In questo quadro sarebbe stato più comprensibile rivendicare l’eredità di Abramo e rilanciarla con dei profondi correttivi. Questo scenario politico potrebbe rischiare di ricordare, per certi aspetti, le atmosfere culturali del Gattopardo (tutto deve cambiare perché tutto resti come prima?), e rispetto al quale le ipotizzate scelte di forte discontinuità potrebbero essere relegate a una dialettica, forse anche aspra, fra primo cittadino irremovibile e maggioranza che lo sostiene. Partita difficile. Tant’è che Fratelli d’Italia, almeno allo stato, non è entrata in questa partita. La Meloni, giustamente, ha voglia di rimarcare, dalle Alpi alla Sicilia, un’identità conservatrice e di nuova destra che almeno nei sondaggi sta ottenendo riscontri significativi. Wanda Ferro è stata coraggiosa, ma forse avrebbe fatto bene a muoversi prima. Sergio Abramo è stato dignitoso e serio nelle valutazioni.
La speranza più consistente di cambiamento profondo viene da Nicola Fiorita, anch’egli professore universitario di grande sensibilità culturale, e da un centrosinistra aperto ad apporti civici. Una bella figura anche sul fronte politico è quella di Antonello Talerico, avvocato grintoso e determinato. I due avrebbero dovuto marciare uniti, facendo sintesi e aspirando a vincere al primo turno. Non l’hanno fatto, ma potrebbero farlo al ballottaggio. A favore di Nicola Fiorita, che sta conducendo una battaglia politica alta e che non ha timore di porre paletti strategici, gioca il diritto-dovere di un’ampia fetta di popolazione catanzarese rimasta all’opposizione per troppo tempo, che ha voglia di provare a cambiare le cose, che è ispirata da tanti progetti positivi. Ho ascoltato in questi giorni alcuni ragionamenti di Donatella Monteverdi, docente universitaria nella Facoltà di Giurisprudenza, o di Nunzio Belcaro, infaticabile libraio e operatore culturale della città, che mi sembrano degni di attenzione. Catanzaro ha bisogno come il pane, si potrebbe dire in gergo, di aria nuova e di un approccio molto innovativo e pensato nell’affrontare la gestione di comparti strategici: cultura, turismo, enogastronomia, mobilità, quartieri, risorsa-mare, centro storico, formazione e università, urbanistica, marcatori identitari. In queste elezioni è il momento di schierarsi, di non stare a casa, di partecipare, di dare un contributo. Catanzaro merita molto di più rispetto a ciò che abbiamo visto finora e ha tutte le energie intellettuali e professionali per giocare partite fondamentali nella speranza di vincerle. Chiudo con una riflessione che riguarda la saggezza politica dimostrata da Aldo Casalinuovo, riformista di lungo corso che merita rispetto e considerazione, e la passione politica di un cattolico quale Franco Cimino che ha deciso, pur avendo avuto altri ruoli in passato, di candidarsi. Tanti altri meriterebbero analoghe sottolineature, ma siano sufficienti solo questi accenni. I Catanzaresi hanno in mano il loro destino. Nel votare non pensino a se stessi ma ai propri figli, che hanno il sacrosanto diritto di immaginare di vivere in una Catanzaro florida ed efficiente, ricca e ospitale. Non si vota per amicizia, per affetto, per parentela, ma per individuare i migliori in grado di rappresentare gli interessi della Città. Men che meno bisognerebbe votare per interesse, per scambio, per la promessa di qualcosa, per trasformare la politica in lavoro precario a spese della collettività. Infine un pensiero che per quanto mi riguarda è decisivo e dirimente. Spetta alla politica anticipare il lavoro dei magistrati, selezionando e bocciando, con prudenza ma anche fermezza, ad ogni livello. Garantismo non significa mettersi le fette di prosciutto sopra gli occhi o far finta di nulla, perché i voti comunque servono. Questa idea della politica non mi convince, è pericolosa, può condurre a degenerazioni gravi, com’è purtroppo già accaduto in tante occasioni. I magistrati sanzionano e perseguono i reati, ma ci offrono anche degli utilissimi indirizzi. La politica deve essere in grado di misurare anche l’etica, l’adeguatezza, l’opportunità, la qualità. In Consiglio comunale, così come in Consiglio regionale e al Parlamento devono arrivare i migliori, e non solo quelli che hanno più voti. Non sempre i due aspetti coincidono, ed in alcuni casi, così come tante cronache giudiziarie ci hanno insegnato, i partiti poco attenti (se non peggio) hanno commesso errori gravissimi. Sfido chiunque ad affermare il contrario, ed ecco perché io sempre e comunque starò dalla parte dei magistrati, senza se e senza ma. È la politica ammalata che ha esaltato il ruolo della magistratura. Statene certi: con De Gasperi, Moro, Pertini e Berlinguer il primato sarebbe stato ancora quello della politica. Non lo si dimentichi mai, altrimenti si commette anche un errore di natura storica oltre che di cinismo politico! Infine una postilla. Le troppe liste e i troppi candidati al Consiglio comunale in una piccola città di poco oltre 80mila abitanti non sono un buon segnale. Anzi, si continua a lanciare un cattivo messaggio sul fronte della tenuta democratica. Serve qualità non quantità!

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