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L’EDITORIALE Catanzaro, il centrodestra sconfitto chiamato a ragionare di politica. Fiorita ha vinto perché più vero e sincero

Scritto da: MASSIMO TIGANI SAVA

Dai primi commenti che leggo mi pare che il cosiddetto centrodestra stia ampiamente sottovalutando il potente messaggio elettorale giunto da Catanzaro. Non c’è da prendere in considerazione soltanto la netta affermazione al ballottaggio di Nicola Fiorita, sostenuto in prima battuta da appena 5 liste (alcune delle quali molto deboli) rispetto alle 10 di Valerio Donato, ma c’è da riflettere anche sulla marea di astensionismo. Da un lato c’è stato un convinto voto pro Fiorita e dall’altro un altrettanto meditato giudizio contro la dirigenza dei principali partiti del centrodestra, concretizzatosi nella rinuncia di massa all’appuntamento con le urne. I Catanzaresi che non sono andati a votare sapevano bene che così facendo avrebbero danneggiato Donato, mentre chiunque avesse già fatto la scelta politica pro Fiorita è chiaramente ritornato a segnare la stessa “x” sulle schede. Wanda Ferro ha dichiarato all’AdnKronos: «Per chi conosce la città è evidente che in alcune zone c’è stato un travaso totale di voti. Bisogna comprendere chi l’ha fatto». C’è da chiedere: ma è davvero per questa ragione che ha vinto Fiorita, o perché migliaia di singoli cittadini, con la loro autonoma testa, hanno scelto il suo nome e la sua proposta per cambiare pagina? E non è ancora più vero che tante preferenze ottenute dal cosiddetto centrodestra al primo turno, giunte per l’overdose di liste e di candidati, non erano evidentemente consenso politico ma solo voto personale? E che quel voto personale è rimasto deluso, molto probabilmente, rispetto anche ai ragionamenti fatti nel corso della composizione delle liste stesse? Si può omettere di ricordare che partiti del centrodestra hanno voluto ammainare le proprie rispettive bandiere, rinunciando a visibilità, credibilità politica e voto basato soprattutto su princìpi e ideali forti? In cambio di cosa? Di un allargamento, spiegato alle segreterie romane che purtroppo hanno detto “sì”, a pezzi di società poco convinti di schierarsi sotto un vessillo ben definito. In un comunicato stampa diramato da “Alleanza per Catanzaro” il 14 giugno scorso, a firma del coordinatore dell’omonima lista, Longo, e del segretario provinciale della Lega, Macrì, si legge testualmente: «Siamo orgogliosi di avere avuto, in questa complessa campagna elettorale, candidati di ogni fascia sociale fortemente motivati. E tantissimi sostenitori che hanno consentito alle nostre due liste che fanno riferimento al presidente del Consiglio regionale Filippo Mancuso, un risultato elettorale entusiasmante a sostegno del prof. Valerio Donato». A mia memoria non sono mai esistite, neanche in Calabria, liste di grandi partiti che abbiano fatto riferimento a una sola persona, neanche ai tempi di Riccardo Misasi (Dc) o di Giacomo Mancini (Psi), riconosciuti leader di livello nazionale. Neanche a parlarne, poi, per il Pci, che non ebbe mai liste ispirate neanche al giganteggiante Enrico Berlinguer. La stessa notevole differenza di consensi emersa al primo turno fra la candidata sindaco Wanda Ferro e la lista di Fdi, la dice lunga sullo stato dei partiti, sulla loro organizzazione interna, sulla capacità di aggregazione sotto bandiere di partito e non attorno a singoli. Non sarebbe quindi meglio che le diverse forze del cosiddetto centrodestra riflettessero sul loro modo di esistere e di proporsi? Per carità di patria non apriamo il capitolo Forza Italia, dove una figura capace come quella di Antonello Talerico è stata mal digerita. Perché? Si può candidare alle regionali, in una lista di partito, un avvocato molto conosciuto del capoluogo, che ottiene un ottimo risultato, e poi non valorizzarlo un attimo dopo alle comunali della sua città? Ma la politica si fa così? Queste cose accadono quando i veri partiti non esistono più, o sono proprio messi male, e tutto si riduce a rapporti fra singoli, inevitabilmente legati alle loro psicologie, o alle loro prospettive personali di candidature, di carriere, o comunque di sopravvivenza politica. Valerio Donato è stato sconfitto perché ha immaginato di poter far sintesi fra queste logiche, e poi magari anche di poterle governare e domare. Ma i cittadini e gli elettori hanno capito ed hanno reagito. Né si può omettere di pensare, senza farsi condizionare da simpatie o antipatie, su un altro dato: poteva un cosiddetto centrodestra scaricare politicamente la figura del sindaco uscente Sergio Abramo eletto per ben quattro volte alla guida della città anche con affermazioni importanti? Si può reggere un passaggio del genere? L’Abramo votato per quattro volte con successo dal centrodestra e con il quale si sono condivise scelte anche strategiche, è diventato a un certo punto il nodo da superare! Come? Affidandosi a cinque o sei soggetti che hanno organizzato liste per inserire più candidati possibili perché il sistema elettorale (si ritiene erroneamente) favorirebbe questo tipo di impostazione. I partiti del cosiddetto centrodestra avrebbero dovuto, invece, tentare di valorizzare le “cose buone” di circa 20 anni di stagione Abramo, impegnandosi assieme a lui a proporre nuove sfide, a correggere gli errori fatti, a spiegare alla città i cambiamenti necessari. In politica, quella vera, fatta di partiti con la “P” maiuscola, non si usa l’accetta, non si emarginano i rivali, non si sgomita per impedire potenziali scalate, non si vive di odi, di timori o di “feeling”, ma si cercano le sintesi, o al massimo si creano correnti che come affluenti concorrono tutte ad alimentare lo stesso fiume. I singoli passano, cadono, spariscono, mentre le bandiere e gli ideali rimangono. Il cosiddetto centrodestra catanzarese soffre di personalismi, mentre il cosiddetto centrosinistra, grazie all’entusiasmo di Nicola Fiorita, ha ritrovato energia, passione, voglia di partecipazione, spirito di coinvolgimento anche al di là dei bisogni o delle ambizioni di ognuno. Non si cerchino scuse, allora, ma si approdi ad approfondimenti culturalmente strutturati ed anche capaci di proporre credibili autocritiche. Chiudo con un accenno a qualche dirigente regionale di partito che è riuscito a emulare, sul piano mediatico, quel famoso generale irakeno filo Saddam intervistato in tv a Baghdad con i carri armati Usa che sfilavano incolonnati per le vie della città: qui va tutto bene, siamo tranquilli e solidi, avete capito male… Ve lo ricordate? Ora aspettiamo qualcosa d’altro e le elezioni politiche. Ci sarà ancora tanto da dire. Quanto ci sarà da dire!

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