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Coronavirus, la situazione in Calabria: si attende l’ondata (VIDEO)

Il servizio di Info Studio di lunedì 9 marzo

Nove calabresi positivi al test, cinque dei quali ricoverati in ospedale e gli altri quattro in isolamento domiciliare, 192 sottoposti al tampone. Dopo l’impennata registrata sabato, ieri in Calabria i numeri del coronavirus sono rimasti invariati. Delle 9 persone ammalate quattro vivono nel Cosentino, due nel Catanzarese, due nel Vibonese ed una nel Reggino. In un solo caso è stato necessario interrompere l’isolamento domiciliare, ovvero, per il marito della coppia di Filandari risultata positiva al test dopo essere rientrata in autobus da un comune in provincia di Pavia che fa parte della zona gialla, trasferito ieri nell’ospedale Pugliese di Catanzaro per tenerne sotto controllo la temperatura. Ripercorrendo a ritroso i contatti dei due coniugi, sono stati posti in quarantena un nipote che era andato a prenderli, alcuni dipendenti del laboratorio di Mileto dell’azienda sanitaria provinciale, dove l’uomo si era recato negli uffici per sbrigare una pratica, ed alcuni familiari di questi ultimi, gestori fra l’altro di due negozi chiusi per precauzione.

Per quanto riguarda i contagiati del Cosentino, a parte il 70enne di Cetraro, il paziente uno della nostra regione, si tratta di una coppia di Tarsia, marito di 65 anni, moglie di 59, e di un uomo di 78 anni di Corigliano Rossano. Per tutti, sintomi febbrili e tracce evidenti di polmonite. Atteso l’esito del tampone per un 30enne di San Lucido trasferito dall’ospedale di Cetraro a quello di Cosenza a causa di complicazioni polmonari. Il docente di agraria dell’Università di Reggio Calabria, invece, lascia oggi l’ospedale e va a casa in quarantena: le sue condizioni sono già in via di miglioramento. Ora, però, attenzione e preoccupazione sono tutte per i rientri dei calabresi fuori sede, quasi tutti molto giovani, che di fatto innalza esponenzialmente il rischio di contagio ed espone la sanità calabrese ad una prova che gli esperti non ritengono sia in grado di affrontare. L’appello della presidente della Regione, Santelli, non è giunto fuori tempo massimo perché chi ha deciso di partire lo ha fatto nella tarda serata di sabato. Quello che è in atto è un vero inseguimento, per giunta iniziato in ritardo, come del resto è avvenuto nel caso dei focolai del Lodigiano, del Padovano e del Bergamasco: saggia l’ordinanza urgente che obbliga alla quarantena tutti coloro che vengono dalle zone a rischio, che impone alle società di trasporti, sia pubbliche che private, di comunicare gli elenchi dei passeggeri e chiede ai prefetti di effettuare le verifiche ed ai sindaci di valutare l’eventuale apertura di centri operativi comunali.

Il problema è che in Calabria il trasporto su gomma è troppo capillare, perché necessario: da quando è iniziata l’emergenza, ogni giorno centinaia di pullman che collegano la nostra regione a quelle del Centro e del Nord sono partiti ed arrivati, senza contare i non molti treni ed i pochi voli. A questo punto, tanto vale puntare su tutto sulla responsabilità, come del resto si sta facendo a livello nazionale: a parte la comunicazione diretta al medico, alle autorità sanitarie o al numero verde 800-76.76.76, per chi è arrivato dal nord sul sito della Regione c’è una scheda compilando la quale si dà la possibilità di creare un database e monitorare il flusso degli arrivi, i luoghi di destinazione e lo stato di salute di chi è tornato, non solo negli ultimi due giorni. Oggi la Regione illustra alle aziende sanitarie il piano operativo d’emergenza, che fra l’altro prevede l’istituzione di un ospedale cosiddetto Covid per ciascuna area per accogliere i pazienti positivi, specie quelli sintomatici, ed il recupero degli ospedali dismessi per ospitare quarantene generalizzate. Attesa anche per le assunzioni, a partire da quelle di infermieri ed operatori sanitari, subito possibili al contrario di quelle dei medici. Si adegua anche la Chiesa: fino al 3 aprile niente messe aperte al pubblico e funerali celebrati solo con la benedizione delle salme ed alla sola presenza dei familiari. È, forse, l’aspetto più triste ed assurdo di una fase che neanche in tempo di guerra era stata così straniante.

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