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Crisi di Governo: in Calabria la corsa ad alleanze e riposizionamenti è già iniziata

Scritto da: FRANCESCO SIBILLA

Respingendo le dimissioni di Draghi e parlamentarizzando la crisi, cioè rinviando il premier alle Camere, il presidente della Repubblica ha fischiato l’inizio dei tempi supplementari, evocati dal ministro Giorgetti prima del voto di fiducia al Senato. Un percorso che Quirinale e Chigi dovevano avere già concordato, giacchè in Cdm Draghi aveva già detto ai suoi ministri che avrebbe riferito alle Camere. Mercoledì prossimo, l’esito più probabile è che finisca a tarallucci e vino, anche perchè il Pd sembra fiducioso di recuperare il M5S, andando verso un Draghi-bis. Bluff e controbluff, insomma. Col centrodestra che non tocca palla (Forza Italia e Lega spettatori) e la Meloni che li aspetterà al varco se si renderanno disponibili a tirare a campare, lacerando ulteriormente il campo. Ma quello di Draghi è un governo politico, chiamato ad operare scelte estranee al suo mandato (emergenza covid, vaccini, Pnrr). Anche se si strilla all’irresponsabilità quando conviene, prima o poi al voto si dovrà andare.

Ed in Calabria la corsa ad alleanze e riposizionamenti è già iniziata, anche perchè la nostra regione perderà una decina di seggi e spazio ce n’è sempre di meno. Dopo il basso profilo alle comunali, il presidente Occhiuto ha fatto sapere che s’impegnerà in vista delle elezioni politiche. Nel centrodestra c’è qualche certezza in più, sia circa l’eventuale conferma alla ricandidatura dei parlamentari uscenti, sia sulla loro collocazione nei collegi. Per dire: Wanda Ferro è pressochè certa di ripresentarsi, tanto più dopo l’ottimo risultato personale alle comunali di Catanzaro. Forza Italia ha più certezze della Lega, e suonerebbe strano se non ci fosse spazio per Sergio Abramo, nonostante pure lo scioglimento di Coraggio Italia. Nel centrosinistra, che sarà condizionato da come finirà la crisi di governo, in tanti scalpitano nel Pd ma la guerra vera è nel M5S: dopo l’exploit del 2018, quando conquistò ben 17 seggi su 30, il Movimento deve fare scelte nette. C’è chi ha già due mandati, chi non ha acriticamente condiviso le posizioni di Conte, chi ha scelto Di Maio, che ha più spazi da offrire ma un elettorato verosimilmente poco numeroso. Come e meno di renziani e calendiani.

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