martedì, 25 giugno 2024

Definitiva l’assoluzione dell’ex procuratore aggiunto di Catanzaro Luberto

Era stato già assolto in primo grado dalle accuse di corruzione in atti giudiziari, omissione di atti d'ufficio e rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio

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E’ diventata definitiva la sentenza con cui la Corte d’appello di Salerno ha assolto l’ex procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto, di 58 anni, oggi sostituto procuratore generale a Reggio Calabria, dalle accuse di corruzione in atti giudiziari, omissione di atti d’ufficio e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio. Sono scaduti, infatti, i termini entro i quali la Procura generale di Salerno avrebbe potuto proporre alla Corte di cassazione ricorso contro la sentenza. Definitiva, per gli stessi motivi, anche l’assoluzione dell’ex parlamentare del Pd Ferdinando Aiello, di 51 anni, coimputato con Luberto nello stesso processo. Luberto ed Aiello, che erano stati assolti anche in primo grado, sono stati difesi, rispettivamente, dagli avvocati Mario Papa e Vincenzo Belvedere. Il procedimento a carico di Luberto ed Aiello conclusosi con l’assoluzione definitiva era stato avviato dalla Procura della Repubblica di Salerno, competente sui magistrati del Distretto di Corte d’appello di Catanzaro. Secondo l’accusa contestata dalla Procura di Salerno, Luberto avrebbe accettato denaro da Aiello, sotto forma di pagamenti di soggiorni alberghieri, consentendogli, in cambio, di eludere le indagini della Procura di Catanzaro, omettendo di iscriverlo nel registro degli indagati e informandolo riguardo a indagini che lo riguardavano coperte da segreto istruttorio. Secondo i giudici di appello, “Luberto era all’oscuro di quei pagamenti” ed i versamenti eseguiti in favore delle strutture alberghiere “altro non erano se non parte dell’onorario che Aiello avrebbe dovuto versare alla moglie del magistrato (che é una dentista, ndr) per le cure odontoiatriche ricevute”. Per quanto riguarda il reato di rivelazione di segreto d’ufficio, la notizia coperta da segreto che Luberto avrebbe riferito, a detta dell’accusa, ad Aiello, “era già di dominio pubblico – secondo quanto è stato scritto nella sentenza d’appello – per essere stata pubblicata sulla stampa”.