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Il dominio incontrastato dei Mancuso, la ‘ndrangheta vibonese più forte che mai fuori dalla Calabria

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Quando si tratta di criminalità organizzata calabrese chiunque, almeno una volta nella vita, ha sentito pronunciare il nome dei Mancuso di Limbadi. Fra le più blasonate locali di ‘ndrangheta, ed a giusta ragione: la famiglia dei Mancuso rappresenta il centro di spietato potere attorno al quale ruota una vera e propria costellazione di cosche, e continua da decenni a caratterizzare le dinamiche criminali della provincia di Vibo Valentia, ma, soprattutto, è fra i più affermati “esportatori” della criminalità calabrese oltre i confini della regione, dell’Italia, dell’Europa.

Una compagine da tempo non disdegna di andare a braccetto con potenti cosche del Reggino, e che tiene saldamente in mano le redini di ingenti traffici di droga con una forse ancor maggiore capacità di reinvestire i guadagni illeciti che ne derivano, infiltrando profondamente le attività dell’economia sana, dentro e fuori la Calabria.

Scrivendo di Vibo Valentia e della sua provincia, non a caso, gli investigatori della Direzione investigativa antimafia, nella relazione al Parlamento sul primo semestre del 2017, sono chiari: “Epicentro del sistema – si legge – resta la locale di Limbadi, controllata appunto dai Mancuso, che vanta solide alleanze con le cosche di Reggio Calabria e con quelle della piana di Gioia Tauro”.

Una preminenza sulla provincia confermata, nel semestre, dall’operazione “Stammer” che ha fatto luce su un traffico internazionale di stupefacenti promosso da tre ‘ndrine satellite dei Mancuso: i Fiarè di San Gregorio d’Ippona, i Pititto-Prostamo-Iannello di Mileto e il gruppo di San Calogero. Un sodalizio, partecipato da oltre 50 soggetti, risultato attivo anche in Sicilia, Campania, Lazio, Toscana, Emilia Romagna e Lombardia, che aveva organizzato un’importazione di ben 8 tonnellate di cocaina proveniente dalla Colombia, poi sequestrate nel porto di colombiano di Turbo.

Ma, avertono gli investigatori, “alla vocazione nel narcotraffico dei Mancuso corrisponde un altrettanto spiccata capacità di reinvestire i capitali illeciti. L’operazione condotta, nel mese di maggio tra Nicotera e Filandari (VV), denominata “U Patri Nostru”, ha fatto emergere gli interessi di un imprenditore edile vibonese colluso con le cosche Mancuso e Piromalli. Lo stesso aveva accumulato un patrimonio, caduto in sequestro, del valore di circa 28 milioni di euro. Non a caso, un recente studio ha individuato, tra i settori economici più infiltrati nella provincia, quello delle costruzioni, dell’immobiliare, delle cave, del commercio e il comparto turistico. Dall’analisi fatta per settore di attività delle aziende confiscate in un arco temporale di trent’anni (1983-2012), è stato

rilevato come la maggior parte si concentri nel settore del commercio; le altre nei trasporti, costruzioni e soprattutto nelle attività estrattive (cave, estrazione sabbia e produzione calcestruzzi): in quest’ultimo settore il rapporto tra aziende confiscate negli ultimi trent’anni e quelle registrate alla Camera di commercio è superiore al 30%, il più alto in Italia”.

A proposito della distribuzione dei gruppi criminali, nella relazione è spiegato che “sul territorio in esame permane l’operatività delle famiglie dei Lo Bianco e, nella zona marina, dei Mantino-Tripodi, entrambe con proiezioni oltre regione. Si registra, inoltre, la significativa presenza delle famiglie dei Petrolo, dei Patania e dei Bonavota, nei territori Maierato, Stefanaconi e Sant’Onofrio. Le cosche satellite dei Mancuso risultano attive anche sul versante litoraneo: da Briatico a Tropea sono operative le famiglie Accorinti e La Rosa, mentre, nei Comuni di Pizzo e Francavilla Angitola, è attiva la famiglia Fiumara. Nella zona delle Serre (comuni di Soriano, Sorianello e Gerocarne) risultano attivi il clan Loielo, verosimilmente in contrapposizione agli Emanuele. Gli stessi risultano alleati, rispettivamente, dei Ciconte e degli Idà. Su Filadelfia si segnala, invece, la cosca Anello-Fruci. A Serra San Bruno insiste la famiglia Vallelonga “viperari”, che si espande tra le province di Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria, sino al territorio di Guardavalle (Cz), in località Elce della Vecchia, zona di primaria influenza della famiglia Novella”.

Ma la ‘ndrangheta vibonese torna più volte, fra le centinai di pagine della relazione della Dia, in riferimento alla sue forte incidenza in altre regioni italiane, ed anche all’estero.

Così è, certamente, per il Piemonte che “si conferma – è scritto – tra le aree del territorio nazionale a più alta concentrazione ‘ndranghetista, con cosche provenienti dal vibonese e da Reggio Calabria”. Ma la situazione non migliora in Toscana, dove l’attività investigativa ha evidenziato l’esistenza di diversi gruppi criminali, attivi nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti provenienti dall’America latina, riconducibili, in prevalenza, alle ‘ndrine dei Fiarè di San Gregorio d’Ippona, a quella dei Pititto-Prostamo-Iannello di Mileto (VV) e, in generale, alla più potente cosca Mancuso di Limbadi (VV). Uno scenario ulteriormente confermato, nel mese di marzo, dall’operazione “Akuarius”, che ha fatto luce su un sodalizio dedito al narcotraffico tra i Paesi dell’America latina ed il porto di Livorno, evidenziando l’intreccio tra soggetti residenti nella provincia di Livorno ed elementi della ‘ndrangheta della provincia di Vibo Valentia.

Anche il Lazio non è indenne dalla presenza criminale vibonese, poiché sulla Capitale viene segnalata l’operatività della ‘ndrina Fiarè di San Gregorio di Ippona – satellite del clan Mancuso – presente in varie zone del centro e attiva nell’acquisizione e nella gestione, a fini di riciclaggio,

di attività commerciali ed imprenditoriali.

Ma l’altra regione maggiormente interessata dal fenomeno criminale risulta l’Emilia Romagna, dove i Mancuso di Limbadi esercitano la propria influenza soprattutto a Forlì-Cesena, spartendosi gli affari con le cosche reggine.

Il narcotraffico, come detto, resta un settore dominato dalla presenza di vibonesi (assieme ai reggini) e, nel semestre considerato, l’operazione “Stammer”, ha consentito di documentare l’operatività tra la Colombia, la Spagna e l’Italia di diversi gruppi criminali del vibonese, attivi nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti e riconducibili alla famiglia Mancuso.

Un altro elemento ritenuto particolarmente significativo, sul tema, è stata la circostanza che, nel 2014, un noto boss della ‘ndrangheta, originario del vibonese – ricercato per associazione mafiosa e tentato duplice omicidio – è stato arrestato in Argentina mentre cercava di entrare in Brasile, con un documento falso e 100 mila euro in contanti. Il dato, fra l’altro, fornì agli inquirenti un’ulteriore conferma di come quel Paese, meta del boss, pur non essendo sfruttato per la coltivazione della pianta della coca, si attesti tra i principali esportatori di cocaina a livello mondiale.

Olga Iembo

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