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Dov’è Gabriele De Tursi? L’appello a sette anni dalla scomparsa, ma le assenze in chiesa pesano come macigni

Assente il paese, le istituzioni e gli amici del giovane di Strongoli svanito nel nulla

Dov’è Strongoli? Dove sono le istituzioni? Dove sono gli amici di Gabriele? È un richiamo forte e diretto quello di don Pasquale Aceto ad una comunità che ancora si tira indietro, che ancora dopo sette anni non trova il coraggio di raccontare, neppure in forma anonima, che fine ha fatto Gabriele De Tursi. E non trova neppure la voglia di farsi vedere in chiesa, alla messa che ogni anno la famiglia di quel ragazzo svanito nel nulla il 5 giugno del 2013 fa celebrare per rinnovare la sua disperata richiesta di informazioni.

Perché a Strongoli c’è tanta gente che sa cos’è successo: lo dicono le intercettazioni dell’inchiesta Stige, lo dicono le mille voci che su questi argomenti, in paesi così piccoli, hanno sempre un fondamento di verità. E Anna Dattoli, la mamma di Gabriele, questo lo sa bene. “Ne sono sempre più convinta – afferma – e non capisco il perché di tanta omertà, di tanta cattiveria. Da quel 5 giugno del 2013 la nostra vita è stata sconvolta. Non si vive…si sopravvive”.

Si sopravvive, con la speranza che in un rigurgito di coscienza qualcuno faccia sapere qualcosa, con la consapevolezza che il lavoro da fare per scardinare una mentalità profondamente mafiosa è ancora tanto, ma anche con la determinazione di non cedere, perché la ferita inferta alla famiglia di Gabriele è una ferita inferta a tutti. E allora eccolo l’appello di don Massimo Sorrentino, parroco della Chiesa di Santa Teresa d’Avila di Strongoli: “Vengano a dirlo a me, anche in confessione. Oppure scrivano una lettera anonima e la portino qui, che  di sera non c’è nessuno. Va fatto, perché qui c’è una umanità che va rispettata”

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