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Elezioni Regionali in Calabria: c’è chi vince e c’è chi perde

La Calabria ha un nuovo presidente, una nuova maggioranza ed un consiglio rinnovato, sebbene non manchino le conferme ed anche qualche fuoriuscita eccellente. Per la prima volta la Calabria avrà una guida femminile: Jole Santelli, 52 anni, è la prima presidentessa della Calabria, ma è anche la prima donna sulla tolda di comando di una regione meridionale, ed una volta tanto il record è positivo. La sua candidatura era arrivata quasi in tempo limite, dopo che il gioco dei veti incrociati e l’intransigenza della Lega sulla candidatura del sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, avevano prolungato a dismisura l’attesa per la designazione. Superate le incomprensioni proprio con Occhiuto, col quale fino a pochio mesi prima aveva lavorato a Palazzo dei bruzi, la Santelli si è mesa a capo delle sei liste che l’hanno sostenuta, una delle quali legata a Forza Italia, che ha dunque visto crescere il proprio peso nella coalizione, riportando in Calabria un risultato straordinario proprio mentre il partito perde pezzi e consenso: in Emilia Romagna, per dire, i berlusconiani sono crollati al due e mezzo percento, mentre in Calabria sono oltre il 12, se la battono con la Lega come primo partito della coalizione e sono il secondo partito della regione. In politica dal ’94, cioè dalla prima ora di Forza Italia (si dice abbia contribuito al testo dell’inno del partito), deputata da cinque legislature, è stata sottosegretaria alla giustizia nei governi Berlusconi ed al lavoro nel governo Letta, è tuttora coordinatrice del partito in Calabria. La sua è stata una vittoria larga, indiscutibile: ha vinto dappertutto, ha dilagato in provincia di Reggio Calabria, dove lo scarto ha raggiunto i 40 punti, ma ilo +25% finale non lascia comunque spazio ad alcuna recriminazione. Il centrosinistra non è mai stato in partita. Probabilmente, rispetto alle attese la Santelli ha ottenuto anche più di quanto sia riuscita a fare la coalizione che l’ha appoggiata.

La Lega porta a casa quattro consiglieri, lontanissima dai 14 che ha strappato in Emilia Romagna ma occorre tener conto che prima di ieri il carroccio in Calabria non aveva cittadinanza, e che all’interno del partito di Salvini non sono mancate le frizioni al momento delle candidature, che hanno probabilmente causato il disimpegno di qualche deluso. Chi forse si aspettava di più era Giorgia Meloni: la crescita è continuata, com’era nelle attese, ed il partito ha quintuplicato in due anni i propri numeri, dal due e mezzo delle politiche 2018 al quasi 11% delle regionali. Il sorpasso su Forza Italia, però, non c’è stato com’è invece accaduto ovunque si sia votato negli ultimi anni, anche se 4 seggi sono una buona base.

Nel centrosinistra è ancora una volta dejà vu. Si azzera e si deve ripartire, anche perché la candidatura di Callipo era una scelta di Zingaretti, modello non replicabile, o almeno non subito e non dappertutto. Per esempio, tra qualche mese si vota a Reggio Calabria, dove si ripresenterà un Falcomatà indebolito ed ora anche circondato, come ha dimostrato il voto dell’altro ieri. Ma le regionali non sono passate invano, a patto che la sinistra faccia tesoro delle indicazioni di questi mesi. Il 15% è un ottimo risultato, ed il progetto di rinnovamento è piaciuto agli elettori, evidentemente mal disposti dagli anni del governo Oliverio e sfibrati da divisioni, mancanza di visione, inchieste a ripetizione. Si tenga che conto, poi, del disimpegno dei renziani e di Leu e del fatto che, a differenza dell’Emilia, in Calabria l’effetto sardine è stato molto più tenue. Il che vuol dire che il margine di recupero esiste.

Se per Carlo Tansi l’essere andato non molto lontano dalla soglia di sbarramento è onorevole, lo stesso non si può dire per il Movimento Cinquestelle. In due anni si è verificato un tracollo, sia considerato l’exploit alle politiche del 2018, sia se si guardano i numeri del reddito di cittadinanza. Ma il consenso conquistato dai grillini era stato puro, cioè connotato da un’indipendenza quasi ignota a queste latitudini. E dunque, gli elettori non hanno digerito indecisioni, voltafaccia, tradimenti ed anche l’incredibile ostracismo del senatore Morra nei confronti del candidato presidente, Aiello. Fuori dal Consiglio anche stavolta, se a marzo deciderà di fare parte di un progetto riformista più ampio, il Movimento rischia di non entrarci e di non esserci mai stato.

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