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«Entro in questa chiesa in punta di piedi»: mons. Panzetta traccia le linee del suo operato

«Sono venuto nel nome del Signore. Entro in questa chiesa particolare in punta di piedi, mi sento erede di una lunghissima scia di pastori, di presbiteri di religiosi e laici che nei secoli passati hanno scritto pagine di vita impregnate di Vangelo, e che hanno provato ad essere fedeli a Dio nella storia degli uomini». Sono le prime parole che il nuovo arcivescovo di Crotone-Santa Severina, mons. Angelo Panzetta, ha rivolto ai fedeli ieri pomeriggio al Pala Milone durante la prima messa al suo ingresso nella Diocesi. Tanti i fedeli accorsi per accogliere il nuovo pastore, provenienti anche dalla Puglia, terra d’origine di mons. Panzetta, che lo hanno voluto omaggiare con un saluto.

«Il mio primo sentimento pastorale, entrando in Diocesi – ha detto l’arcivescovo – è quello della gratitudine, per la storia che mi ha preceduto, e anche il rispetto per una gloriosa tradizione ecclesiale nella quale mi inserisco con il cuore libero e spalancato. Assumo la responsabilità di guidare questa comunità, con un’autorità ferma ed umile: per questo inizio il servizio nella consapevolezza di dover certamente insegnare, ma solo dopo aver imparato, di dover parlare solo dopo aver ascoltato, di dover organizzare, ma solo dopo aver guardato in viso le persone nella loro singolare unicità». «Sono arrivato qui oggi senza ricette pre confezionate o con l’intenzione di trapiantare in questa terra lo stile pastorale di altre chiese, o attinte in altri contesti – ha detto mons. Panzetta – sono fermamente convito che qui nella nostra terra dobbiamo, con percorsi sinodali, sognare e realizzare i progetti ed i programmi più adatti a disegnare percorsi di salvezza più adatti al nostro popolo».

Le linee guida dell’operato

Il neo arcivescovo, nel suo discorso, ha tracciato le linee guida che seguirà nel suo operato, citando sempre la strada illustrata da Papa Francesco: «Oggi il popolo di Dio e la storia richiedono che i vescovi siano uomini vicini a Dio e che, con disponibilità reale, siano contestualmente capaci di essere vicini alla gente, soprattutto ai più bisognosi, ma con amore di padre stiano accanto ai loro presbiteri. Nella luce di queste indicazioni, ho scritto sul navigatore della mia vita il percorso che ho scelto e che intendo seguire con le capacità e con i limiti che ho. Intendo essere un vescovo vicino a Dio. Sono consapevole che il mio primo impegno episcopale sia la preghiera, per portare a Gesù le persone, diventando quasi un canale aperto che pone in contato il Signore e la nostra gente. Intendo anche essere un vescovo vicino alla gente: voglio camminare in questa direzione, voglio farlo con decisione, non tanto per una motivazione strategica, ma per un’esigenza sacramentale e identitaria. Voglio essere un vescovo lealmente disponibile: so bene che la vicinanza alla gente, quando è autentica, si traduce in gesti feriali e concreti. Per questo mi sento profondamente chiamato a stare a contatto con le persone, dedicando loro il tempo con generosità; mi sento chiamato a non nascondere i problemi sotto il tappeto, a non temere di venire a contatto con una realtà nella quale occorre fasciare ferite, farsi carico, prendersi cura e spendersi veramente, senza barare. Intendo essere un vescovo con una sguardo di predilezione per gli ultimi e per ogni povertà. La vicinanza verso tutti ha una verifica peculiare nell’attenzione ai poveri, che devono essere accolti, amati con uno stile di vita sobrio e semplice: quello tipico di chi ha trovato nel Signore la ricchezza vera della sua vita. Sono convinto che lo sguardo di predilezione verso gli ultimi, che sono affidati in modo particolare alla mia paternità, costituisca un annuncio efficace del regno di Dio».

Giuseppe Laratta

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