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Fiammetta Borsellino agli studenti di Rende: «Pretendiamo la verità dopo 27 anni»

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«Cosa nostra non può essere delegata solo alla magistratura o alle forze dell’ordine. Mio padre non aveva alcun  sostegno ed è morto perché era solo, perché le mele marce dello Stato hanno creato questo corto circuito per cui mio padre era stato isolato: non morirò per mano della mafia, affermava, ma la mafia mi ucciderà quando avrà la certezza che sarò rimasto solo. La responsabilità politica e morale della sua morte è di chi poteva fare e non ha fatto». A dirlo, è scritto in una nota, è stata Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo ucciso nella strage di Via d’Amelio, ai ragazzi degli istituti d’istruzione superiore di Rende.

«Non bisogna accontentarsi del ricordo e della memoria – ha proseguito – ma pretendere la verità nonostante dopo 27 anni il percorso di questa verità appaia inesorabilmente compromesso. Tanti in questo senso i depistaggi e le omissioni: si parla sempre dell’agenda rossa di mio padre, ma nessuno dice della scomparsa dei tabulati telefonici del suo cellulare, unico oggetto rimasto integro dopo la strage. Se oggi si sa qualcosa è grazie a Gaspare Spatuzza e al suo pentimento. Diverso il discorso per Scarantino: per questo bisogna riconoscere le parti malate dello Stato affinché non si ricommettano più gli stessi errori. Il vero aiuto che  avremmo dovuto avere da parte dello Stato non era una pacca sulla spalla, ma risposte precise. Noi abbiamo avuto con la sentenza della Borsellino quater la certezza del depistaggio e per questo abbiamo il dovere di chiedere verità allo Stato e abbiamo il dovere di raccontare a voi ragazzi la nostra storia».

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