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Il patto scellerato tra imprese e ‘ndrangheta: sequestrato l’intero patrimonio di quattro imprenditori reggini (nomi-video)

Il servizio di Info Studio
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E’ l’intero patrimonio riconducibile ad Andrea Francesco Giordano (cl.’51), Michele Surace (cl. ’57), Giuseppe Surace (cl. ’84) e Carmelo Ficara (cl. ’56) ed ai rispettivi nuclei familiari quello sequestrato dai militari dei Comandi provinciali della Guardia di Finanza e dei Carabinieri di Reggio Calabria. “Un patrimonio – spiega una nota – costituito dall’intero compendio aziendale di 20 imprese/società commerciali edili (comprensivo, altresì, di quote sociali, 172 immobili, 9 veicoli), quote societarie relative a 10 imprese, 284 tra fabbricati e terreni,  4 veicoli, nonché disponibilità finanziarie e rapporti bancari/assicurativi, per un valore stimato in oltre 200 milioni di euro”.

Il maxisequestro trae origine dall’operazione Monopoli, condotta dal Nucleo investigativo dei Carabinieri di Reggio Calabria, che nell’aprile del 2018 aveva portato al fermo dei quattro imprenditori, indiziati di appartenenza-contiguità alle cosche reggine dei “Tegano” e “De Stefano” ed accusati di associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori ed autoriciclaggio. In quell’occasione furono sequestrati beni per 50 milioni di euro. “L’attività investigativa – prosegue la nota – avviata nel febbraio 2017 dai militari del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Reggio Calabria, ha fatto luce su un sistema di cointeressenze criminali, coltivate da imprenditori reggini che, sfruttando l’appoggio delle più temibili cosche cittadine, erano riusciti ad accumulare, in modo del tutto illecito, enormi profitti prontamente riciclati in fiorenti e diversificate attività commerciali, tra le quali l’unica sala Bingo presente nel comune di Reggio Calabria, – attività gestita in regime di “monopolio” in virtù di precisi accordi stipulati con esponenti apicali della famiglia “Tegano” di Archi – nonché reimpiegando ingentissime quantità di denaro per lo più nel settore edile, grazie alla costituzione di svariate società fittiziamente intestate a compiacenti prestanome”.

Le rivelazioni di alcuni collaboratori “hanno delineato il profilo di Giordano e Michele Surace quali affiliati di lunga data ai “Tegano” di Archi ed in contatto, in particolare, con il boss Giovanni Tegano, attualmente detenuto”. Le fortune del duo imprenditoriale, secondo le indagini svolte dai carabinieri, avrebbero preso il via dalla costruzione di fabbricati di edilizia residenziale. Nasce verso la fine degli anni ’90, in particolare, il complesso residenziale “Mary Park” – fabbricato che successivamente ospiterà i locali dell’unica sala bingo cittadina – e numerose villette a schiera, in cui un appartamento viene riservato a Giuseppe Tegano, fratello del boss Giovanni. “Il rapporto con la cosca – scrivono gli inquirenti – nel tempo ha garantito agli imprenditori un eccezionale sviluppo economico. In tale contesto, gli accertamenti esperiti hanno permesso di documentare il reimpiego dei proventi illeciti della cosca in diversificate iniziative imprenditoriali affidate a Surace e Giordano, divenuti nel tempo un tassello fondamentale del sistema di riciclaggio e reinvestimento dei proventi illeciti della ‘famiglia’”.

All’imprenditore Carmelo Ficara viene contestato l’aver concluso un patto con lo storico sodalizio criminoso reggino dei De Stefano, in cambio del quale avrebbe ottenuto protezione e possibilità di sviluppo imprenditoriale ed edificatorio, soprattutto nel territorio di Archi.

Giordano, Michele Surace e Carmelo Ficara “emergono altresì dalle risultanze investigative di cui all’operazione “Martingala”, conclusa nel 2018 con l’esecuzione di provvedimenti restrittivi personali nei confronti di 27 persone, nonché di provvedimenti cautelari reali nei confronti di 51 società – anche estere – partecipazioni sociali, beni mobili e immobili, disponibilità finanziarie per un ammontare complessivo stimato in circa €. 119 milioni”. In tale contesto “è stato delineato un illecito sistema che, attraverso l’emissione e l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti – grazie all’impiego di società cartiere – era funzionale alla consumazione di frodi fiscali e di riciclaggio, nonché al reimpiego di imponenti flussi finanziari provenienti da imprenditori espressione dell’infiltrazione economica della ‘ndrangheta”.

Delineato “il profilo di pericolosità sociale dei quattro imprenditori, le indagini si sono indirizzate verso la ricostruzione delle acquisizioni patrimoniali – dirette o indirette – effettuate nell’ultimo trentennio”. Il valore dei patrimoni è risultato essere “sproporzionato rispetto alla capacità reddituale dichiarata”, e poi le indagini hanno ricostruito “le fonti illecite utilizzate per la loro acquisizione e, soprattutto, la natura mafiosa delle attività d’impresa svolte”. Sono emerse anche “fittizie intestazioni di beni – architettate dai citati imprenditori con la complicità di familiari e terzi prestanome – per eludere l’applicazione dì misure di prevenzione patrimoniali”.

L’operazione di oggi è stata condotta da militari dei Comandi provinciali della Guardia di Finanza e dei Carabinieri di Reggio Calabria, unitamente a personale del locale Centro Operativo della Direzione Investigativa Antimafia, e del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza, con il coordinamento della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, diretta dal Procuratore Capo Giovanni Bombardieri, hanno eseguito provvedimenti emessi dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria – presieduta dalla Dott.ssa Ornella Pastore – su richiesta del Procuratore Aggiunto Calogero Gaetano Paci e dei Sostituti procuratori Walter Ignazitto e Stefano Musolino.

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