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Il procuratore Nicola Gratteri sta valutando il “pentimento” di Nicolino Grande Aracri. Tra giustizia e storia!

Scritto da: MASSIMO TIGANI SAVA

È più facile scalare l’Everest a piedi nudi che non tirar fuori una parola al Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, sull’argomento attualissimo del “pentimento” del superboss Nicolino Grande Aracri. Rispetto a questa notizia che, in un battibaleno, ha fatto il giro di tutte le redazioni, ripresa e commentata, c’è grande attesa. Abbiamo di fronte “il Capo” di una vasta rete di cosche che operano in Calabria, in Italia e all’estero. Un boss che, partito da Cutro, non ha avuto timore di crescere rapidamente, imponendosi come riferimento assoluto di una buona fetta di ‘ndrangheta insediata nell’area centrale della Calabria, e con tanti satelliti nel Settentrione e in Europa. Le scalate, nella ‘ndrangheta, non sono cose da poco: serve di certo caratura criminale, ma anche abilità politico-diplomatica, nel senso di saper crescere senza essere colpito alle spalle. Insomma, non stiamo parlando di un tagliagole qualsiasi, ma di Nicolino Grande Aracri. Non è un caso che la stampa, rispetto all’incontro tra questo boss e il procuratore Gratteri, chiamato a valutarne i veri intenti, abbia riportato alla memoria quello tra Tommaso Buscetta e Giovanni Falcone. Un confronto, quello tra il Boss dei Due Mondi e l’Eroe della lotta alla mafia, finito anche nei film più famosi sull’escalation incontenibile dei Corleonesi. Don Masino era un sopravvissuto della “cosa nostra” scalzata da Totò Riina e Bernardo Provenzano. Non era diventato “santo”, ma si era reso conto che la fine di un’era della mafia siciliana meritasse di aprire un dialogo con un magistrato che stava cambiando le cose, un uomo tanto credibile quanto giusto, immolatosi per il bene della democrazia, sacrificatosi per garantire un futuro migliore alla Sicilia e all’Italia tutta, libere dal male assoluto, non più schiave dell’arroganza del potere criminale colluso con pezzi deviati dell’economia, dell’imprenditoria, della politica, delle istituzioni. I colloqui tra Don Masino e Giovanni Falcone sono entrati nei libri di storia, sebbene passaggi cruciali di quella fase terribile della vita nazionale siano ancora oggetto di indagini e approfondimenti.

Passando alla Calabria, in cui gli affari della ‘ndrangheta e il ruolo delle ‘ndrine trassero senz’altro un vantaggio competitivo dalla guerra tra Corleonesi e Stato, soprattutto in relazione al traffico mondiale di droga, l’attesa per l’evoluzione del caso “Nicolino Grande Aracri” è enorme. Enorme sia per quanti, e sono tanti, tremano per il contenuto delle sue possibili dichiarazioni; sia per una società civile che attende la definitiva sconfitta della ‘ndrangheta. La figura di Nicola Gratteri è stata spesso associata a quella di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Lo si è fatto quando il principale avversario della ‘ndrangheta è stato minacciato di morte, o quando si parla di lui e dei suoi colleghi maggiormente esposti in una lotta in cui, è giusto dirlo, lo Stato sta segnando colpi decisivi. Per fortuna il clima generale del Paese, anche politico, è cambiato. Non siamo più ai tempi delle stragi palermitane, e quindi il paragone tra Gratteri da un lato, e Falcone e Borsellino dall’altro, è più consono per richiamare l’impegno di grandi magistrati contro i poteri mafiosi e contro la capacità delle mafie di infettare porzioni di imprenditoria rapace, di burocrazia deviata, di settori infedeli delle istituzioni, di politica spregiudicata. L’Italia di oggi non potrebbe più tollerare neanche l’inizio di una nuova eventuale stagione degli omicidi di esponenti della magistratura, delle forze dell’ordine, della politica sana, del giornalismo impegnato, delle stragi volte a intimorire e a immaginare di far trionfare logiche eversive. Resta, quindi, un inevitabile confronto fra figure di magistrati che non facevano e non fanno politica, ma solo l’interesse dello Stato e della Giustizia, rispettando le regole e i Codici, accettando la dialettica delle garanzie costituzionali, dei gradi di giudizio, di un’attività di repressione che coinvolge molti apparati pubblici (forze dell’ordine, procure, tribunali…) e che godono del sostegno crescente della stampa e dell’opinione pubblica.

Ritorniamo al tema di partenza: il “pentimento” di Nicolino Grande Aracri. Le domande restano tante: In che senso il superboss ha immaginato di pentirsi? Quali le motivazioni che lo avrebbero spinto a collaborare? Che cosa è disposto a rivelare nelle sue dichiarazioni? Quanti segreti conserva gelosamente ed è disposto a condividere? Quali equilibri sono eventualmente cambiati nella ‘ndrangheta? Di fronte a una personalità solida e ferrea qual è quella di Nicola Gratteri, il superboss ha una sola carta da giocare: verità e sincerità. Gratteri non potrebbe mai accettare, ci si consenta l’espressione, verità dette a metà, semi-pentimenti, pentimenti più o meno recitati. Con il procuratore Nicola Gratteri si sta dentro o fuori, si è o non si è: ti guarda dritto negli occhi e ti capisce.

Nicolino Grande Aracri potrebbe svolgere un ruolo storico nell’aiutare lo Stato a liberarsi di una ‘ndrangheta che ha rovinato e rovina una delle regioni più belle al mondo, che di fatto costringe decine di migliaia di giovani calabresi ad emigrare in cerca di un posto di lavoro, che soffoca nella disoccupazione altrettante donne e giovani, che coinvolge nei propri gironi infernali tante persone che finiscono in galera per decenni. La ‘ndrangheta non è il solo male della Calabria. Del resto se si parla anche di “mafia bianca”, cioè di pezzi di società alta che pur in giacca e cravatta hanno un effetto devastante sulla vita di tutti a causa della loro ingordigia e cupidigia, vuol dire che la ‘ndrangheta è solo una delle cause, certo tra le più drammatiche, delle piaghe di cui soffre la Calabria. Nicolino Grande Aracri ha di fronte a sé un grande magistrato, coraggioso e determinato, leale e umano, serio e rispettoso delle leggi. Ne approfitti e lo guardi negli occhi! E pensi a una Calabria dedita al lavoro sano, duro ma di cui andare orgogliosi, allo sfruttamento intelligente di tutte le sue enormi potenzialità, a bambini educati a scuola e che possano immaginare un futuro senza violenza e protetto dalle leggi, alla gioia di vivere senza il timore di finire all’ergastolo o ammazzato brutalmente da un rivale. Nicolino Grande Aracri viene da un’area della Calabria in cui per secoli feudatari incolti e disumani hanno costretto generazioni e generazioni di contadini e contadine a sfacchinare per molte ore al giorno in cambio di un pezzo di pane duro e di un bicchiere del peggior vino. Erano i padroni: senza umanità, forti dei loro privilegi, arroganti e ciechi. I calanchi del Marchesato, tesoro naturalistico della Calabria di rilevanza mondiale, hanno una memoria di sofferenza umana, di sfruttamento, di negazione di diritti, di povertà, di ingiustizie. È stato il coraggio di uomini come Nicola Gratteri, nei due secoli che ci siamo lasciati alle spalle e in vari ruoli, a dare diritti alla gente, ai lavoratori, alle famiglie, ai contadini, ai giovani, alle donne. Nessuno ci farà tornare indietro. Lo Stato ha vinto e continuerà a vincere, per il bene di tutti!

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