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Il sequestro di Taurianova e quel “mandamento tirrenico” fotografato dalla Dia

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L’attività di servizio portata a termine oggi dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, che hanno confiscato beni mobili e immobili per un valore di 1,1 milioni di euro a Giuseppe Panuccio, attualmente agli arresti domiciliari, ritenuto esponente di rilievo della cosca “Maio” di Taurianova, riporta alla ribalta della cronaca una porzione del territorio calabrese da sempre terreno estremamente gravoso per Forze dell’ordine e magistratura, impegnate sul fronte della lotta alla ‘ndrangheta. Talmente tanto che, nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia presentata al Parlamento dal ministro dell’Interno, e relativa al primo semestre del 2017, quella porzione si è guadagnata un apposito “capitolo” per essere distinta dalle altre due macro-zone del Reggino, una relativa al cosiddetto “mandamento centro”, che ricomprende la città di Reggio Calabria e le zone limitrofe; e una al “mandamento ionico”, che comprende la fascia ionica, la cosiddetta “Montagna”.

Il “mandamento tirrenico” esplorato nella relazione della Dia, invece, si estende sulla cosiddetta “Piana”. E l’analisi degli investigatori non può che cominciare dalla Piana di Gioia Tauro dove risulta consolidata la leadership della storica cosca Piromalli, ma si segnala ovviamente anche la presenza della cosca Molè, federata con la prima fino all’omicidio di Rocco Molè, avvenuto nel febbraio 2008, a seguito del quale si è registrata una vera e propria scissione tra le due consorterie.

Presenze ingombranti e quanto mai invasive, pur se pesantemente colpite dalle attività investigative rispetto alle quali ha meritato una specifica menzione l’operazione denominata “Cumbertazione” – “5 Lustri”, coordinata dalle Direzioni Distrettuali Antimafia di Reggio Calabria e Catanzaro e conclusa dalla Guardia di Finanza, con il fermo di 35 responsabili, e con il sequestro di beni per un valore di circa 10 milioni di euro. “Le indagini – è sottolineato nella relazione con un preciso riferimento alla nuova “fisionomia” acquisita dalla ‘ndrangheta – hanno accertato il turbamento di almeno 27 gare di appalto, nel periodo 2012-2015, da parte di un gruppo imprenditoriale di riferimento della cosca Piromalli. È stata, altresì, scoperta l’attività illecita di un’impresa cosentina che, grazie alle relazioni con il clan Muto, si era aggiudicata i più importanti appalti della provincia cosentina. Gli appalti edili in questione, riguardavano anche la realizzazione di uno svincolo nel tratto reggino dell’autostrada A2 (già A3 Salerno-Reggio Calabria), e la ristrutturazione di una centralissima piazza di Cosenza. Nel corso delle investigazioni, sono state individuate anche ditte compiacenti dislocate, oltre che in Calabria, nel Lazio, in Sicilia, in Campania ed in Toscana, che presentavano offerte secondo importi concordati, che avrebbero automaticamente garantito ad una di esse l’aggiudicazione. Alcune di queste imprese – scelte in ragione dei requisiti tecnici ed economici – si sono prestate a partecipare fittiziamente alle gare, singolarmente o in Ati o Rti, per conto dell’organizzazione, ricevendo in cambio una percentuale che variava dal 2,5% al 5% sull’importo posto a base d’asta. Tra le persone sottoposte a fermo anche alcuni dipendenti di uffici tecnici di Comuni della Piana di Gioia Tauro”.

Non a caso quanto raccolto dagli investigatori nell’ambito di questa inchiesta è stato ripreso nella proposta di scioglimento del Comune di Gioia Tauro, a firma del Ministro dell’interno, che non ha mancato di sottolineare come “nell’approfondire i profili imprenditoriali della criminalità organizzata operante nella piana di Gioia Tauro, gli inquirenti hanno acclarato il ruolo svolto all’interno dell’amministrazione comunale dal responsabile del settore lavori pubblici, tuttora in stato di detenzione e considerato la testa di ponte della cosca all’interno del comune per aver pilotato gli appalti, favorendo diverse società edili collegate alla locale famiglia mafiosa”. “Un contesto – si legge ancora nella relazione – dove il sindaco ed un cospicuo numero di assessori e consiglieri vantavano legami familiari con esponenti della criminalità organizzata, tanto da indurre il Prefetto ad affermare, a conclusione delle attività ispettive, che ‘nell’ambito dell’apparato politico dell’ente si sia dato vita ad una vera e propria gestione familiare della cosa pubblica rispondente alle locali consorterie della ‘ndrangheta’.”

A di assoluto rilievo sul piano investigativo è risultata anche l’operazione “Provvidenza”, conclusa con il fermo di 33 soggetti collegati sempre alla cosca Piromalli, e con il sequestro di beni per oltre 40 milioni di euro. In questo caso le indagini hanno documentato le dinamiche associative e gli assetti mafiosi della cosca, accertandone l’egemonia sull’intero mandamento Tirrenico. Ma soprattutto, sul fronte economico, è stata evidenziata l’infiltrazione nel tessuto economico e sociale dell’area gioiese, ma anche fuori regione, in particolare in Lombardia, nel mercato ortofrutticolo di Milano e all’estero, negli Stati Uniti d’America. In proposito, grazie alla cooperazione dell’FBI, è stata ricostruita la rete di distribuzione di prodotti oleari in quel Paese, “gestita da un imprenditore italoamericano residente nel New Jersey ed organico alla cosca Piromalli. Lo stesso – si segnala – era a capo di un’articolata holding, costituita da società di stoccaggio e distribuzione merci, una delle quali con una sede operativa in provincia di Milano. Sul fronte patrimoniale, infine, è stato accertato il reimpiego delle risorse di provenienza illecita, in società di abbigliamento (collegate a noti marchi francesi) ed in imprese operanti nell’edilizia e nella gestione di strutture alberghiere”. Il “secondo capitolo” dell’inchiesta, denominato appunto “Provvidenza 2”, ha portato poi all’arresto di 42 soggetti, affiliati ai Piromalli, e al sequestro di beni per 50 milioni di euro, tra cui un consorzio con sede in provincia di Reggio Calabria, partecipato da 40 aziende e cooperative agricole operanti nella Piana di Gioia Tauro, nella Sicilia orientale e nel basso Lazio.

“Proseguendo nella descrizione delle dinamiche criminali dell’area – continua l’analisi -, il porto di Gioia Tauro si conferma tra le rotte preferite dai trafficanti internazionali di stupefacenti. In questo contesto, più precisamente nel comprensorio di Rosarno – San Ferdinando, le cosche Pesce e Bellocco gestiscono le attività illecite attraverso il controllo e lo sfruttamento delle attività portuali, l’infiltrazione dell’economia locale, il traffico di stupefacenti ed armi, le estorsioni e l’usura. La centralità di quest’area portuale, ha trovato ulteriori conferme grazie alle evidenze emerse nell’ambito dell’operazione “Gerry”, conclusa nel mese di marzo dalla Guardia di Finanza tra le regioni Calabria, Sicilia e Toscana. Le indagini hanno svelato un sodalizio estremamente articolato, dedito all’importazione di cocaina dal Sudamerica, attraverso proprio lo scalo portuale di Gioia Tauro. Il gruppo criminale era composto da 18 soggetti vicini alle famiglie Bellocco di Rosarno (alla guida dell’organizzazione), ai Molè- Piromalli, agli Avignone di Taurianova e ai Paviglianiti del versante jonico reggino.

Sono del successivo mese di aprile, invece, due importanti operazioni concluse nell’ambito del filone “Recherche” , che hanno svelato l’operatività di 19 affiliati alla cosca Pesce di Rosarno (Rc), consentendo di individuare una rete di persone che, per anni, aveva protetto la latitanza di un pericoloso boss, permettendogli di continuare a ricoprire un ruolo di primo piano nel panorama ‘ndranghetistico della fascia tirrenica della provincia di Reggio Calabria e di controllarne le attività economiche. Le investigazioni, nel confermare il consistente traffico di sostanze stupefacenti sull’asse Rosarno, Cosenza e Catania, hanno anche portato al sequestro di beni, per un valore di circa 10 milioni di euro.

Continuando nella mappatura delle presenze criminali, nel comune di Palmi la Dia segnala “le cosche Gallico e Parello-Bruzzese. A Seminara, invece, insistono le cosche Santaiti- Gioffrè (detti “’Ndoli – Siberia – Geniazzi”) e Caia-Laganà- Gioffrè (detti “Ngrisi”) i cui principali esponenti risultano, allo stato, tutti detenuti. La famiglia dei “Crea”, continua ad essere presente nell’area di Rizziconi, con diramazioni anche nel centro e nord Italia. Nel territorio di Castellace di Oppido Mamertina operano le consorterie Rugolo – Mammoliti-Polimeni – Mazagatti- Bonarrigo e Ferraro – Raccosta. Il comprensorio di Sinopoli – Sant’Eufemia – Cosoleto, rimane sotto l’influenza degli Alvaro, mentre nella frazione San Martino del comune di Taurianova, sono attive le cosche Zappia e Cianci – Maio – Hanoman”.

Risultano, infine, consolidate le leadership delle storiche famiglie Facchineri e “Albanese – Raso – Gullace” di Cittanova, Avignone di Taurianova, “Longo-Versace” di Polistena, “Polimeni – Gugliotta” di Oppido Mamertina, “Petullà – Ierace – Auddino”, Ladini, “Foriglio – Tigani” di Cinquefrondi e Larosa di Giffone.

“Il comune di Laureana di Borrello – segnalano infine gli investigatori -, dove sono attivi i sodalizi Ferrentino – Chindamo – e Lamari, è stato oggetto di scioglimento, nel corso del semestre, per infiltrazioni mafiose. Al pari di quanto segnalato per il Comune di Gioia Tauro, anche in questo caso – si legge nella relazione del Ministro dell’interno – ‘… sono emersi rapporti di stretta contiguità tra gli amministratori comunali, esponenti dell’apparato burocratico e le locali cosche criminali, tali da rendere plausibili tentativi di infiltrazione all’interno dell’ente…’. In particolare, è stato ben evidenziato il ruolo svolto da due amministratori e da un dipendente comunale, a beneficio degli interessi delle due cosche operanti sul territorio, al punto che, uno dei menzionati amministratori, veniva riconosciuto quale referente politico della ‘ndrangheta”.

Olga Iembo

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