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Il vescovo di Cassano scrive ai giovani: «Celebrate la vita vivendola pienamente»

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Riceviamo e pubblichiamo

Cari giovani,

vorrei chiamarvi tutti per nome per farvi sentire di più la mia vicinanza e la mia stima.

La mia vicinanza perché il vostro modo di desiderare, cercare, a volte anche in modo confuso, di voler stare insieme, di sorridere, di amare, mi provoca, rimette in gioco la mia umanità, richiamandomi la mia natura di uomo mendicante di senso.

La vostra ansia di voler essere all’altezza di chi vi sta di fronte, in genere gli adulti a cui tenete o i miti che vi attraggono, di voler sperimentare nuove vie, di voler vivere a modo vostro, spesso si trasforma in rabbia di contestazione per uno sguardo di cura e di attenzione non ricevuto, per un silenzio indifferente dall’altra parte che pesa e brucia più di una correzione data con rigore e autorevolezza.

Voi volete vivere pienamente e anch’io! Ciascuno di noi vuole vivere, siamo fatti per la vita piena, non per la morte, non per il nulla, non per la dimenticanza, non per l’annientamento.

“Come posso io/Non celebrarti vita?” dice una canzone di uno dei vostri amici famosi, Jovanotti. E ancora “Ah beh sì beh vacci a credere te/Che è tutto sempre relativo come piace a me/Non sono qui per il gusto, per la ricompensa/Ma per tuffarmi da uno scoglio dentro all’esistenza”.

Voglio parlare al vostro cuore, a quel cuore che vuole provare il brivido di un’esistenza compiuta e che non si arrende alle difficoltà, alla paura. Non sono fatti per voi la noia, il disinteresse, lo sballo, la dipendenza soporifera. Ve l’hanno fatto credere i trafficanti di morte, il potere, anche quello cosiddetto “perbene”, per gestirvi meglio, per usarvi al meglio.

Siete e siamo stati fatti per essere felici e, ancor prima, liberi … di amare, perché se ami, diceva Sant’Agostino, puoi fare quello che vuoi, senza fare del male, senza possedere, senza fare violenza.

Se l’uomo guarda a se stesso, non può negare l’evidenza di un impeto irriducibile che costituisce il suo cuore come tensione a una pienezza, a una perfezione o soddisfazione.

Il potere che non ha volto, ma ha tentacoli molto pericolosi, convince in modo anonimo che un telefonino, un computer, un videogioco, una serata in discoteca o al bar “figo” di turno, con consumo spropositato di alcool e sostanze stupefacenti, una sgommata all’incrocio o una corsa clandestina, siano più appassionanti della ricerca della Verità.

NON E’ VERO! Non per autorità vescovile, ma per passione alla Bellezza. Quella bellezza per cui Dostoevskij faceva urlare a uno dei suoi personaggi che si può fare a meno quasi di ogni cosa: «Ma senza la bellezza no, perché allora non avrà assolutamente nulla da fare al mondo! Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui!»

La bellezza è una chiamata, perché la bellezza mostra l’unicità di qualcosa che è uscito dall’anonimato e ha raggiunto il suo compimento, la bellezza trasforma in volto ciò che è indistinto.

Io sono diventato sacerdote per questo, chi si sposa credendoci si sposa per questo, chi sceglie la via del monastero o chi parte missionario lo fa per questo, chi fa il cantante, l’attore, il professionista lo fa per questo, chi lavora per sostenere la famiglia lo fa per questo. Per meno nulla vale la pena.

La vocazione è chiamata alla Bellezza e occorre riscoprirlo non solo nei discorsi ma anche e soprattutto nei volti dei testimoni. Quanti dei vostri genitori lo sono, quanti vostri amici, parenti, conoscenti lo sono! Imparate a guardare, non c’è altro modo per scoprire la propria strada. Quando vi umiliano, vi opprimono, non vi comprendono, alzate lo sguardo, guardate oltre e scoprirete l’ardore, il coraggio, la forza di tanti uomini e donne normali, che nella banalità del quotidiano sono veramente eroici: imitateli. Ascoltate il cuore perché non mente; è fatto di cose grandi e semplici allo stesso tempo: esigenza di bellezza, di giustizia, di verità.

Vivete e lottate per questo! Si chiama ideale.

“Io non volevo sopravvivere e basta, non mi piace accontentarmi” afferma il cantante trap Sfera Ebbasta.

Quando ti spinelli, ti ubriachi, fai violenza o la subisci, tu inconsapevolmente stai tradendo quello per cui sei fatto e per cui il tuo cuore grida: l’esigenza di felicità. La tua fragilità non è obiezione, è domanda, è grido di essere compiuto da un Altro che non sei tu.

Il cristianesimo è per donne e uomini coraggiosi, altro che per “sfigati”, perché non riduce, perché chiede l’impossibile in questo mondo, che la vita scoppi dentro il cuore e si trasmetta per contagio.

Fate vostro l’ammonimento del Caligola di Camus: “Siate realisti, chiedete l’impossibile”.

Dio ci ama da sempre e per sempre: questo è lo sguardo che cambia la vita. A tanti è accaduto, auguro che accada anche a voi.

Cammineremo insieme. Vi prometto, malgrado il limite di tempo che il mio ministero pone, di esservi compagno di viaggio.

Desidero entrare nella vostra vita, proponendovi occasioni di compagnia vera e lieta in alcuni momenti dell’anno che verrà. So che siete anche più programmati di me: tenterò di venirvi incontro in punta di piedi, ma deciso a guardarvi in faccia e ad ascoltarvi.

Spero sarete voi stessi entusiasti comunicatori della gioia che vi portate dentro e che a volte, per un malinteso pudore umano, non esprimete.

Cristo è venuto a questo mondo per due problemi che nessuna sapienza umana risolverà mai. Primo: perché soffro? E secondo: perché nasco con appeso al collo il cartello “condannato a morte”? (Camus).

Ci confronteremo sulla sofferenza, sul dolore innocente, sulla fede e sulla speranza, sull’amore e sulla sessualità, sulla gioia e sull’eternità. Aspetto da tutti voi suggerimenti e domande. Tante.

“Se esiste un dio, forse si forse no, boh
Ma ascolto le storie disposto a crederci un po’
Che siamo figli di qualcuna
Il resto è tutto da fare
Non ho radici, ma piedi per camminare”
 (Oh vita, Jovanotti)

E così possiamo tornare insieme “…a rimirar le stelle”.

Vi benedico e vi abbraccio uno ad uno! A presto.

   Francesco, Vescovo