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Infrastrutture, crisi e sanità: le grandi sfide che attendono la Calabria per il 2023

Dopo questo fine settimana il tempo di Natale sarà definitivamente alle spalle. Dismessa la modalità rallenty, superata la sonnolenza del periodo, da lunedì prossimo inizia un anno decisivo per la Calabria, ovvero, per quei processi che potrebbero migliorarne condizioni sociali, sviluppo, competitività. Una sfida epocale per la dodicesima legislatura, iniziata poco più di quindici mesi fa, e per Roberto Occhiuto, che ha impostato prima la campagna elettorale e poi il mandato sull’obiettivo di normalizzare la Calabria, ovvero, di sverniciare l’immagine di una terra irredenta, dannata, debole dal punto di vista strutturale, sfilacciata sotto l’aspetto socio-economico e nella quale la criminalità organizzata ha un peso così rilevante da farne quasi un’enclave in cui perfino leggi e regole sono più difficili da applicare che altrove. Il compito della classe dirigente calabrese è oggettivamente difficile, ma rispetto al passato quello che non manca sono le risorse: tra quote del Pnrr e dei piani operativi europei, e rimesse statali la nostra è una delle regioni che potranno contare su un massiccio plafond di risorse, che se spese bene e per tempo potrebbero consentirle di ridurre, ed in qualche caso azzerare, il divario rispetto alle altre regioni italiane ed europee. È evidente che occorrerà un percorso rigido di trasformazione economica, nel quale le strategie che riguardano i vari capitoli di possibile spesa siano complementari e valutino le potenzialità della regione rispetto ai futuri scenari, specie alla luce della transizione energetica ed ecologica, che impone agli investimenti di essere improntati alla sostenibilità, senza trascurare il fatto che la guerra in Ucraina ci ha fatto duramente comprendere come anche gli approvvigionamenti di materie prime non siano un risultato scontato e che la riduzione dei consumi è un problema che non riguarda solo gli stati ed i governi, ma ciascuno. Da Catanzaro e Reggio Calabria, sono attesi provvedimenti in grado di far crescere sia il numero che le dimensioni delle imprese, specie quelle più innovative, cioè dei settori a più alta intensità di conoscenze. Per farlo, occorrerà orientarsi verso le fasce di mercato a maggiore valore aggiunto, sostenere l’internazionalizzazione, spalancare autostrade per le tecnologie digitali ed i servizi, ed ovviamente agire, per la parte che compete ad un’amministrazione locale, anche per rendere il capitale umano all’altezza delle nuove sfide. Per quanto riguarda i singoli capitoli, le grandi infrastrutture sulle quali sono accesi i riflettori sono tre, due già in essere, ed una che per ora è solo un sogno. I 3 miliardi di euro per la statale 106 sarebbero manna se immediatamente spendibili, ma la scelta del governo Meloni di spalmare l’investimento in 15 anni evoca il brutto ricorso della legge obiettivo di oltre vent’anni fa. Per il 2023 sono a disposizione 50 milioni di euro: poca stoffa per un abito che riveste la regione nella sua interezza, da nord a sud. Per Occhiuto, si tratterà di usare diplomazia e rapporti diretti e consolidati per evitare distrazione sia d’intenti che di risorse. Per il porto di Gioia Tauro, che anche all’inizio del 2023 continua a frantumare record, la Regione spinge a manetta sulla costruzione del rigassificatore, che darebbe ulteriore slancio alla struttura in termini industriali (Occhiuto insiste molto sulla piastra del freddo): da Roma la disponibilità potrebbe non essere un problema, ed anche a livello locale non sembrano esserci le stesse resistenze che si stanno registrando in Toscana per il progetto del porto di Piombino. Il ponte sullo Stretto è la carta calata da Salvini sin dai primissimi giorni in cui ha assunto l’incarico di ministro. Per ora, siamo ancora alle ipotesi circa il progetto, sarebbe a dire nella stessa condizione di trenta, o cinquant’anni fa. Ci si gioca molto sul futuro della sanità, che in Calabria fa rima baciata con credibilità e legalità, e sulla quale Occhiuto si gioca gran parte della reputazione. Troppe ne sono successe in questi anni perchè il pregiudizio non ammantasse il settore, condizionando anche lo sguardo del resto del Paese. L’esatta quantificazione del debito, vexata quaestio che nemmeno i 12 anni di commissariamento avevano superato, è stato il modo migliore per iniziare l’anno, ma quello che i cittadini si aspettano è soprattutto la riduzione del ritardo circa i livelli di assistenza, che restano significativamente distanti non dall’ottimale ma dall’accettabile, anche perchè la medicina territoriale è quasi un’utopia, e lì i fondi del Pnrr sono davvero l’ultimo treno passato il quale ci sarebbe solo da rassegnarsi. Occorrono medici ed infermieri, un problema nazionale che in Calabria risulta clamorosamente amplificato, e di certo non aiuta la guerra che si è scatenata sulle facoltà di medicina: Cosenza è pronta a partire, Reggio Calabria non sta a guardare, Catanzaro smoccola. Ricomporre questa frattura è un compito che spetta anche alla politica.

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