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La Lega, Matteo Salvini, il Sud, la Calabria… Una questione politica di valenza storica

La Lega di Matteo Salvini sta affrontando da qualche tempo a questa parte un tema delicatissimo e tormentato della storia italiana: la Questione Meridionale. Salvini, a distanza di 160 anni dall’Unità, ha deciso di calare al Sud, rischiando anche qualche mal di pancia, più o meno silente, tra i leghisti di pura fede “nordista”. L’intuizione ha valenza storica perché contro le irrisolte piaghe dell’antico Regno delle Due Sicilie si sono infrante, spesso con rimedi più devastanti dei mali da curare, le politiche d’intervento della monarchia sabauda (la cui visione colonialista e annessionista è ormai acclarata da tanti studi), del fascismo, della prima e della seconda Repubblica, comprese le utopie comuniste di risposta allo sfruttamento delle masse contadine. Tant’è che i drammi epocali della Questione Meridionale sono ancora tutti qui, con situazioni di particolare virulenza in Campania, Calabria e Sicilia, regioni nelle quali è spaventosa l’influenza delle mafie e i principali indicatori economico-sociali continuano a segnalare una condizione strutturale di emergenza e di ritardo.

La Lega di Matteo Salvini sta tentando di insediarsi e organizzarsi in un Sud nel quale sia il centrosinistra sia il centrodestra non sono mai riusciti, tranne che in rari casi, a consolidare politiche di vero cambiamento, di svolte reali atte a trasformare in positivo la vita dei meridionali. Tant’è che le parole chiave per descrivere troppe aree del Mezzogiorno sono ancora quelle di sempre: disoccupazione, sottoccupazione, emigrazione, sottosviluppo, carenza di servizi primari. Ma c’è un errore su tutti che risulta imperdonabile per le classi dirigenti di centrosinistra e di centrodestra che hanno gestito il potere al Sud: l’incapacità quasi assoluta di saper trasformare in motore di crescita, in ricchezza diffusa e in posti di lavoro le straordinarie potenzialità di regioni stracariche di tesori naturali, paesaggistici, agroalimentari, culturali, archeologici, identitari. Una colpa imperdonabile e troppo di frequente associata a una gestione del potere fine a se stessa nonché ispirata, come tante inchieste della magistratura hanno spiegato, da metodi inaccettabili, postfeudali, massomafiosi, spudoratamente clientelari e negatori di ogni principio meritocratico.

Ecco quindi che la Lega di Matteo Salvini, forte di una “rivoluzione del Nord” tradottasi in diffusi esempi di buongoverno e di capacità di esaltare le risorse dei territori, è stata vista da tanti come l’ennesima possibilità di reagire a una condizione di degrado, di appiattimento, di assuefazione, di attendismo passivo. Il Sud ha contato delusioni su delusioni, a partire da Giuseppe Garibaldi. Gli atteggiamenti individualistici e poco “sociali” che si suole attribuire ai meridionali sono figli della storia, antica e recente, nella quale la responsabilità maggiore va attribuita alle classi dirigenti, di volta in volta indifferenti o acquiescenti, se non ciniche o addirittura colluse, rispetto alle masse costantemente angustiate dal bisogno.

Le prossime elezioni regionali della Calabria saranno un banco di prova decisivo nel rapporto tra la Lega e il Sud, anche in un quadro, che nessuno intende sottovalutare, di dimensione nazionale della politica e dei suoi inevitabili calcoli. La Lega di Salvini ha uno spazio “gramsciano” enorme in Calabria e al Sud, se intende proporsi, venendo incontro ad aspettative diffuse, con caratteri autenticamente distintivi, come motore di sovvertimento di logiche superate, consumate, agonizzanti, deleterie, dannose. La Lega di Salvini ha praterie da arare se vorrà provare ad essere diversa rispetto a tutto ciò che si è visto finora, indicando gli esempi più luminosi del migliore civismo del Nord. Non esistono scorciatoie rispetto a un percorso politico che è tracciato dalla storia. Ogni pragmatismo “machiavellico”, che pur fa parte del gioco, non deve correre il rischio di infrangersi sugli scogli di un possibile gattopardismo andato in scena da sempre. Ogni apporto anche elettorale potrà essere utile solo se posto al servizio di un progetto chiaro, pulito, generoso, franco, di democratica “rivoluzione civile”. In questo contesto non sono i nomi dei portatori di voti a far la differenza (l’uno vale l’altro, o forse alcuni valgono anche più di altri), ma la solidità di un partito strutturato, coerente, immune dalle tentazioni sempre presenti di guardare al consociativismo, al trasversalismo, al valzer di poteri che si eternizzano lasciando solo alla magistratura il compito di estirpare le metastasi. Un partito forte e che non sia inteso solo come possibile espressione di comitati elettorali o di potentati è l’unica soluzione praticabile per conciliare comprensibili esigenze di successo e lealtà ad un progetto politico serio e ancora tutto in piedi.

Chi ha scelto la Lega in Calabria ha avuto l’occasione di misurarsi, prima sul piano culturale e poi politico, con un commissario regionale giunto dalle Terre di Alberto da Giussano, Cristian Invernizzi. Non è certo facile immergersi nella storia del Sud e della Calabria lunga millenni, tutta scritta nel “dna” di Meridionali e Calabresi. “Quando Roma era un villaggio di pastori, a Crotone insegnava Pitagora” disse Gianbattista Vico. Questa frase non celebra indolenti e molli atteggiamenti sibariti, ma è un condensato di dignità culturale e di orgoglio identitario che sono il presupposto primario, peraltro, di un Leghismo declinabile in ogni diversa realtà territoriale. La Calabria e il Sud hanno sempre reagito, a modo loro, alle tante forme di colonialismo sperimentate nei secoli. E lo hanno fatto trasformando in una pericolosa giungla i propri territori, infestandoli di trappole brigantesche. Questa tecnica di resistenza è tipica dei popoli sconfitti, incapaci di fare sintesi e di autodeterminarsi. Il compito storico-politico della Lega, vincendo una sfida che ha dimensione e valenza europea oltre che nazionale, è quindi quello di aiutare il Sud a rigenerarsi puntando sulle sue energie migliori, tanto da trasformarlo in uno dei più consapevoli alleati di un Nord del fare, patria della Civiltà dei Comuni e del Culto del Lavoro. La Lega può e deve svolgere il ruolo di catalizzatore, di enzima. Se la strategia è solida, nonché supportata da scelte altrettanto chiare, anche singole valutazioni di natura tattica possono essere digerite e metabolizzate, e non interpretate male o, ancor peggio, considerate l’anticamera di un fallimento prevedibilissimo.

Matteo Salvini leader di popoli in cerca di libertà e di valori che abbiano solide radici identitarie è la carta politica più importante che egli possa giocare nel nuovo scenario globale. È questa la ragione più profonda dei consensi elettorali che Salvini ha ottenuto anche al Sud e in Calabria, a fronte di esperienze già vissute e bocciate (si guardi alle elezioni del 2018 ed al trionfo dei 5Stelle) rispetto alle quali, a breve, cercherò di aprire un ragionamento con l’amico presidente Nino Spirlì circa il ruolo avuto dal centrodestra in Calabria negli ultimi lustri, ad ogni livello. Il tema politico cruciale e ineludibile dell’oggi è evidente: ricostruire l’Italia e l’Europa dopo una crisi spaventosa contro la quale il Covid-19 ha sparato un ordigno letale. In questo quadro La Lega e Matteo Salvini non possono che vestire i panni dei teorici del buongoverno, della massima valorizzazione dei territori e delle loro vocazioni, delle differenze che diventano occasioni e non zavorre, della saggezza democratica e civile coniugata con un pragmatismo riformista post-ideologico. La piccola Calabria diventi un laboratorio di credibilità!

Massimo Tigani Sava

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