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La politica calabrese è ferma, bloccata, paralizzata. Occorre una scossa potente, una vera “rivoluzione”

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La politica calabrese è ferma, bloccata, paralizzata. Le ragioni sono diverse. Elenchiamole rapidamente, senza alcuna sciocca voglia di fare di tutte le erbe un fascio, di generalizzare, di schematizzare ingiustamente. Qualche “numero uno” c’è sempre in circolazione, ma il contesto complessivo non lo aiuta ad emergere.
Parlamentari: Da quando non esiste più la preferenza diretta per l’elezione dei parlamentari (senatori e deputati) il destino degli stessi è legato alla volontà dei rispettivi leader di partito o capi-corrente. Purtroppo è così. Se un parlamentare vuole essere ricandidato, sia al proporzionale sia nei collegi maggioritari, deve avere il sì, il via, la riconferma del leader. Se non rischia di essere parcheggiato. Ne risente l’autonomia politica, visto che è difficile sfidare, per difendere le ragioni del Sud e della Calabria, chi eventualmente è giudice e arbitro del tuo destino politico. C’è chi rischia, ma non è impresa facile.
Consiglieri regionali: La loro rielezione dipende non tanto dal gradimento dei partiti, che devono comunque comporre liste forti, ma dalla possibilità di ottenere il maggior numero di preferenze. Sono eletti in circoscrizioni sub regionali (Cosenza, Reggio, ex grande provincia di Catanzaro e quindi comprese Crotone e Vibo), per cui oggettivamente perdono un po’ di visione regionale dei problemi. Puntano alla rielezione, e quindi non sono potenzialmente propensi ad allargare il partito, il movimento o la lista di riferimento a competitor forti, bravi, da valorizzare. Non è cattiveria politica, ma accettazione del sistema vigente. Anche in questa caso ci sono le eccezioni, ma guardiamo al risultato complessivo. Per come è fatto il sistema si innesca un quasi inevitabile meccanismo di autoconservazione.
Sindaci: Sono alla prese con i problemi enormi del governo delle città, e corrono anche rischi notevoli, proprio a causa del prolungato periodo di crisi economico-sociale e politico-amministrativa che colpisce l’Italia in genere e il Sud in particolare. La loro postazione, almeno nei grandi centri, può fungere da volàno politico, ma la cosa è diventata abbastanza rara.
Partiti regionali: Soffrono dell’eccessivo verticismo romano, hanno scarsa autonomia decisionale e programmatica, risentono fortemente della crisi della politica che ha investito l’Italia a partire dal 1992, e ormai siamo a trent’anni suonati. I movimenti, o talora presunti tali, stanno anche peggio, perché esistono difficili problematiche organizzative da affrontare. In ogni caso la militanza politica e partitica, rispetto alla Prima Repubblica, si è di molto indebolita.
Che fare? Potrebbe avere un ruolo importante il presidente della Regione, ma bisogna imbattersi in veri “numeri uno”, altrimenti si rischia l’effetto contrario, e ciò cresce la distanza dal popolo, dai problemi veri della gente e del mondo del lavoro, mentre prevale il concetto di gestione del potere fine a se stesso.
Rivoluzioni democratiche. La Calabria avrebbe bisogno di rivoluzioni democratiche vere, pesanti, forti, incisive, epocali. Avrebbe bisogno di un approccio di verità che fa a pugni con la facile demagogia, con i sistemi clientelari, con la logica del tirare a campare.
Ognuno tragga, in libertà, le conclusioni che ritiene più opportune. La Calabria in ogni caso è in una situazione difficilissima. Sì, tremendamente difficile. Che fare? Occorre una scossa potente! (N. Ed.)

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