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La solidarietà a Gratteri non basta. Ora lo Stato dimostri di essere pronto a celebrare il funerale della massomafia!

Scritto da: MASSIMO TIGANI SAVA

Questa volta la solidarietà, per quanto convinta, non basta. Le informazioni, diffuse in queste ore dalla stampa, circa un realistico progetto di attentato mortale a un figlio di Nicola Gratteri, impongono un’immediata reazione dello Stato. Una reazione tanto forte quanto visibile soprattutto per la gente comune. Una reazione potente e disarmante nei confronti di un crimine organizzato che potrebbe immaginare, in Calabria, di replicare quanto accaduto in Sicilia qualche tempo fa, all’epoca degli omicidi eccellenti e delle stragi che utilizzarono quale braccio armato i Corleonesi e i loro sodali. Ma quel braccio armato era mosso da menti politiche, nell’accezione più ampia e complessa del termine che fa rima con massomafia.
Questa volta lo Stato è chiamato a prevenire, e deve farlo con tutta la propria forza perché è necessario scongiurare due pericoli che esporrò schematicamente. Il Primo pericolo. Pezzi di ‘ndrangheta, ispirati dalla massomafia, potrebbero ritenere che l’energica e capillare azione di repressione messa in atto dalla Repubblica dipenda solo da Nicola Gratteri, Procuratore distrettuale a Catanzaro. Non è così. Nicola Gratteri non è solo. Tanti suoi colleghi magistrati, numerose Procure, in Calabria e in Italia, hanno preso di mira la ‘ndrangheta che vuole farsi sistema, che ipotizza di sostituirsi alle istituzioni, che vuole controllare senza freni porzioni intere di territorio, che si attrezza per governare anche la politica, che ambisce a muovere le leve di interi settori dell’economia attraverso la disponibilità di risorse finanziarie immense. In questo contesto Nicola Gratteri è una punta di diamante, ma, ripeto, non è solo. Accanto a lui agiscono numerosi altri valorosi e coraggiosi magistrati, affiancati da robusti reparti ultra-specializzati delle forze dell’ordine. La lotta alla ‘ndrangheta che si vuole fare Stato, manovrata dalla massomafia, vede impegnata la Repubblica con i suoi uomini migliori, in una strategia condivisa dalle istituzioni, dai vertici delle forze dell’ordine, dalla stragrande maggioranza della magistratura che è seria e sana. Ed anche dall’intelligence internazionale. Ambienti prevalenti della comunicazione sorreggono convintamente questa “guerra” che non riguarda solo la Calabria. Il Secondo pericolo. Sottovalutare il segnale, derubricare la minaccia a “routine”. Se esiste, come pare di capire, una ‘ndrangheta sensibile alle sirene stragiste che in Sicilia sono state disintegrate, lo Stato ha il dovere di lanciare subito un segnale inequivocabile. Agire ora e non dopo. Governo e Parlamento sono chiamati oggi più che mai a individuare, immediatamente, tutte le azioni necessarie per abbattere sul nascere istinti corleonesi in salsa calabra, alimentati da cervelli della massomafia che si sentono ormai all’angolo. Il secondo pericolo ha un corollario riassumibile nel concetto di psicologia sociale. Il popolo calabrese, plasmato da millenni di sventure, di invasioni sanguinose e laceranti, di dominazioni drammatiche e dolorose, di disastri sismici naturali e umani, ha la scorza dura ed è abituato ad attendere più che a porsi in prima linea. La storiografia e la migliore letteratura hanno delineato questo carattere che però non è un “vizio”, come del resto non è una “virtù”, ma è solo il risultato di millenni di esperienze negative, dalla dominazione romana ad oggi. Questo carattere è (mi si perdoni la semplificazione) un marcatore identitario che sarebbe ingiusto processare. Al popolo calabrese lo Stato deve dare certezze e sicurezze, deve inviare un messaggio chiaro: vinceranno Nicola Gratteri e i magistrati come lui, non certo la ‘ndrangheta e i poteri deviati.
Lo Stato non si faccia vivo ai funerali. Si faccia vivo domattina e celebri il funerale della massomafia!

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