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L’Ascia di San Sosti, prezioso reperto della Calabria magnogreca finito a Londra

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Da San Sosti al British Museum di Londra, ambasciatrice nel mondo di un pezzo di storia raccontato della Calabria. L’Ascia votiva di San Sosti è un pezzo unico: una particolarissima, piccola ascia in bronzo, che reca incisa una dedica in dialetto acheo scritto in alfabeto dorico, uno dei più antichi esempi conosciuti, che la fa risalire al VI secolo prima di Cristo.

Quella dell’ascia è una storia che probabilmente fu comune a tanti reperti trovati nelle più ricche aree archeologiche della Magna Grecia, e si muove in quel sottilissimo (e spesso varcato) limite che nel “passaggio” di mano di reperti ed opere d’arte separa il lecito dall’illecito.

L’ipotesi più accreditata è quella che l’ascia sia stata ritrovata nel 1846 poco distante dal Santuario della Madonna del Pettoruto, nel comune di San Sosti, anche se studi più recenti non escludono che possa provenire invece da un luogo di culto che si ipotizza nel centro abitato, presso la Chiesa del Carmine. Fin da subito si fece risalire la sua manifattura alla scuola di Sibari, e fin da subito la fama dell’Ascia di San Sosti si diffuse ampiamente.

Fino al 1857 viene data come custodita a San Sosti; poi non se ne sa più nulla fino al 1884, quando viene collocata a Roma, tra le collezioni di Alessandro Castellani da cui poco dopo finirà all’asta, acquistata da un archeologo e funzionario del British Museum. Come sia arrivata nelle mani di Castellani sono pure congetture: probabilmente venduta, forse “sparita” dal Museo Borbonico di Napoli, subì la sorte di migliaia di altri preziosi reperti che in quel periodo lasciarono i luoghi di ritrovamento per andare ad arricchire collezioni pubbliche o private.  Quella del British Museum, in questo caso, che per di più fino al 2008 la espose indicandola come proveniente dalla Campania, prima della definitiva correzione.

Il museo la descrive come un’ascia-martello cerimoniale in bronzo, iscritta con una dedica religiosa; descrive poi i dettagli che ornano il foro in cui si inseriva il manico di legno: una figura alata, probabilmente una sfinge, e poi perline e rocchetti; infine l’iscrizione, sette righe in caratteri dell’alfabeto greco acheo. Come spesso accade, l’iscrizione è tradotta in maniera differente da esperti di scuole diverse. Quella del British recita “Sono sacra proprietà di Hera nella pianura: Kyniskos il macellaio mi ha dedicato, come decima dei suoi lavori”. Hera della pianura con molta probabilità è quella Hera Lacinia venerata nella Kroton magnogreca; ignoto il Kyniskos donante, sul cui ‘mestiere’ si concentrano le principali discrepanze tra studiosi.

Appurato che l’Ascia è stata effettivamente ritrovata a San Sosti, e considerate le ‘misteriose’ circostanze in cui è giunta a Londra, nel corso degli anni sono state numerose le richieste avanzate perché il prezioso reperto possa tornare in Calabria. Ma com’è noto l’iter di recupero di questi reperti è lungo, farraginoso e tutt’altro che privo di ostacoli, e richiede lungo lavoro e fortissima volontà.