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L’EDITORIALE | Ecco perché le minacce a Gratteri sono gravissime: le strategie politico-ndranghetistiche

Perché le ripetute minacce al Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, hanno un senso molto profondo sul piano politico-ndranghetistico? E sono quindi da ritenere gravissime? Proviamo a ragionarci su, tenendo sempre come guida generale lo scenario siciliano degli anni Ottanta e Novanta, quando la mafia tentò, con un’escalation politico-criminale spaventosa, di contrapporsi frontalmente allo Stato, immaginando addirittura di potergli tenere testa, di batterlo e piegarlo, di indurlo ad accordarsi o patteggiare. I vertici politico-criminali di Cosa Nostra colpirono duro, uccidendo anche esponenti di primo piano delle forze dell’ordine e della magistratura, e non temendo, addirittura, di massacrare personalità simbolo. Fu una guerra vera e propria per la quale dobbiamo usare la definizione “politico-criminale”, in quanto il livello di ideazione, di collusione, di coinvolgimento andò ben oltre, così come hanno dimostrato le inchieste e le analisi successive, la pura dimensione delle cosche e dei suoi boss. E fu guerra politico-criminale perché Falcone e Borsellino, solo per citare i due protagonisti positivi più famosi di quell’epico scontro, avevano rafforzato e ampliato la risposta dello Stato indagando, appunto, sui grandi affari della borghesia mafiosa, sulle grigie connivenze negli apparati pubblici, sul voto di scambio, sui burattinai armati non di mitra e dinamite ma vestiti con la cravatta. Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino e tanti altri eroici servitori dello Stato morirono perché erano consapevoli dell’inquinamento maleodorante del terzo livello, in cui distinguere tra crimine “nero” e crimine “bianco” non è più tanto facile.

La Calabria attuale vive, mutatis mutandis, un clima simile a quello della Palermo e della Sicilia degli anni delle stragi. Le inchieste aumentano per numero e complessità, per capacità di analisi del contesto, per profondità di sguardo. Anche in Calabria il terzo livello trema, è allarmato, si sente braccato. Economia ammalata, finanza del riciclaggio, burocrazia deviata, politica collusa, burocrazia infettata vivono una condizione di tensione che si trasmette nei meandri dello ‘ndranghetismo armato. Lo Stato, in Calabria, grazie a magistrati coraggiosi come Nicola Gratteri, intende affondare il bisturi in tante piaghe purulente.

Ecco perché l’aria che si respira è pesante e ci induce a chiederci: a cosa e a chi servono le minacce? Per interpretare questi gesti occorre tentare di ragionare con la testa di chi invia tali messaggi. Toccare grandi personalità come Nicola Gratteri, che hanno il consenso democratico di una vasta fetta dell’opinione pubblica calabrese e nazionale, significherebbe scatenare una vera e propria rivolta civile e generare una risposta dello Stato ancora più dura, incisiva, diretta, sostenuta con buona probabilità da leggi speciali, da provvedimenti normativi ad hoc atti a soffocare ogni vagito ‘ndranghetistico di qualsivoglia natura. Una reazione di portata storica ed epocale, che stiamo chiedendo di anticipare almeno sul piano mediatico proprio per erigere una robustissima barriera di protezione, invalicabile e indistruttibile.

Chiunque pensi a scenari siciliani sa che da allora sono passati circa quarant’anni e che le condizioni culturali, politiche, sociali e giudiziarie sono molto differenti. I corleonesi e i loro protettori pensarono di poter vincere, mentre gli ‘ndranghetisti e i loro alleati sanno che andrebbero incontro allo sterminio. Proprio il braccio armato della ‘ndrangheta, qualora sollecitato a compiere azioni tanto folli e sconsiderate, è quello che pagherebbe subito il prezzo più pesante, un prezzo insostenibile. Altro che 41bis! Ecco allora che si può ipotizzare di disegnare, senza presunzione alcuna e senza voler ergersi ad esperti di materie assai complesse, la “ratio” che sovrintende alle minacce: tenere alta la tensione, tentare di impaurire, far intendere che si potrebbe essere disposti a tutto, inviare in maniera subdola indiretti appelli alla resistenza per quanti, attori di un groviglio politico-ndranghetistico che rischia la sconfitta, potrebbero essere sul punto di cedere facendo così aprire nuovi decisivi flussi di informazioni.

Lo Stato, il Governo, il Parlamento, i partiti, i sindacati, gli intellettuali, tutte le porzioni sane del Paese colgano il significato più ampio di queste minacce e agiscano in tempo, dimostrando granitica coesione nel sostegno agli apparati giudiziari (magistratura e forze dell’ordine specializzate) che stanno combattendo questa ennesima guerra. Le ragioni legittime dello scontro politico in atto in Italia non consentano di aprire varchi su questo fronte o di partorire pericolose disattenzioni. Agire subito!

Massimo Tigani Sava

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