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L’EDITORIALE – La vicenda Caffo, il male ‘ndrangheta in Calabria, il ruolo fondamentale di Gratteri

Scritto da: MASSIMO TIGANI SAVA

La vicenda Caffo merita un ragionamento attento e serio, scevro da tifoserie banali e in alcuni casi anche dannose. Partiamo da una considerazione di fondo. La ‘ndrangheta è il male assoluto della Calabria e lo è ancor di più da quando ha cambiato pelle, diventando massomafia. La massomafia è un intreccio diabolico fra ‘ndrangheta in quanto tale, burocrazie fameliche, poteri deviati, imprenditoria interconnessa e funzionale, politica collusa. Leggendo con attenzione diversi segnali mi sembra di poter azzardare un’ulteriore riflessione. La ‘ndrangheta, colpita dalla forte azione di contrasto dello Stato, sta evolvendo ulteriormente, mascherandosi ancor di più, aumentando il numero dei filtri, articolando in mille rivoli (anche minori) le imponenti risorse del riciclaggio, facendosi in buona sostanza ancora più furba, più scaltra, più camaleontica. Ne sono eco, diretta o indiretta, quegli ipocriti interventi o appelli di quanti farebbero meglio a star zitti e a nascondersi, perché dissimulano. I giornalisti, curiosi come altri intellettuali, talora si impegnano in fondamentali inchieste di cronaca, svelando e collegando fatti, in altri casi propongono solo sensazioni, unendo i puntini di mille informazioni e di mille fonti, usando la forza della dialettica e l’arte della maieutica. Così facendo si può tentare di capire di più, non fermandosi alle sole verità certificate, ma confrontando anche chiacchiere e vita pratica, parole e azioni, forma e sostanza, sproloqui e scelte effettive.
La ‘ndrangheta di oggi è molto più pericolosa di quella di ieri perché sta iniettando nella vita economica, sociale e quindi, di conseguenza, anche politica, quantità enormi di danaro proveniente da affari illeciti e criminali. La ‘ndrangheta oggi compra, fa da banca d’investimenti, corrompe, procura voti, si posiziona ovunque possa contare qualcosa. E non lo fa solo in Calabria, ma ovunque trovi terreno fertile. Molto probabilmente ormai esiste anche una ‘ndrangheta 4.0 che è in conflitto, palese o sotterraneo, con quella più antica, rustica e casereccia, che fa rumore e crea problemi perché scomposta. Sia chiaro a tutti: la Calabria non è lo Stato della ‘Ndrangheta solo perché esistono giganti della Repubblica quali Nicola Gratteri, Procuratore distrettuale a Catanzaro, e altri suoi autorevolissimi colleghi che da Palermo alla Lombardia, da Reggio all’Emilia Romagna combattono questo attrezzatissimo nemico rischiando la vita ogni santo giorno. La rischiano per dare a tutti noi la possibilità di non essere schiavi della ‘ndrangheta, servi di poteri inquinati, cittadini difesi dalla Costituzione e dalle Leggi. Né accanto a queste verità, che dobbiamo sempre incidere sul marmo, si può negare che svolga un ruolo importantissimo anche la stampa che sostiene, senza se e senza ma, dalle tv ai giornali, l’azione complicatissima dei magistrati antimafia, spesso colpiti da tentativi subdoli di delegittimazione, se non da vere e proprie aggressioni condite da minacce barbare e sanguinarie.
Se non partiamo da questi presupposti ogni pensiero speso sulla vicenda Caffo ha poco senso o può essere fuorviante. La Caffo è un’azienda modello per tutto il Sud. Capacità rara di coniugare tradizione, innovazione, marketing, ricerca, tecnologie, efficienza, artigianalità, redditività. Una crescita impetuosa negli anni, tanto da diventare leader di settore in Italia e da essere assai stimata anche all’estero. La Caffo opera in uno dei territori a più alta densità mafiosa d’Italia, caratterizzata da una ‘ndrangheta onnipresente, ramificatissima, con spiccata propensione a occuparsi di affari e di economia reale. L’inchiesta epocale e coraggiosa coordinata dal Procuratore Nicola Gratteri, Rinascita Scott, ha svelato spaccati allarmanti, anche al di là delle responsabilità dei singoli che la magistratura giudicante sta vagliando con Codici alla mano. La domanda se la saranno posta in tanti, nel tempo, la stessa che talora riecheggia nei chiacchiericci da corridoio: è possibile, per Caffo, o per altre grosse aziende come la Callipo, operare da decenni in un contesto così drammaticamente delicato ed essere riuscite a crescere tanto senza rimanere soffocate sul nascere? La domanda è forte, potenzialmente scivolosa o pericolosa se non ben posta, suscettibile di tante interpretazioni spesso anche cattive, frutto di invidia, di rancori, di strumentalizzazioni, di intenti distruttivi. Quasi sicuramente aziende come la Caffo saranno state sottoposte, negli anni, a controlli severi da parte degli organismi competenti, a vere e proprie radiografie, sia perché imponenti e con fatturati importanti, sia perché il territorio di riferimento è paludoso. Nuccio Caffo in questi giorni sta postando su Facebook, come gli capita spesso di fare, immagini e testi relativi all’impegno costante vissuto in azienda, tra nuovi macchinari, laboratori, perfezionamento continuo delle tecniche produttive. Forse lo sta facendo per mandare un messaggio: «Guardate che siamo gente che lavora sodo, che programma, progetta, investe, rischia… Non siamo mica nati ieri… Ogni risultato è frutto di tantissimo impegno e di sacrifici…». È il modo più corretto per reagire: stare sereni, fidarsi dell’azione della magistratura, tirare dritto, lavorare con sempre maggiore dedizione, anche se qualche testata giornalistica ha deciso di pubblicare notizie che è riuscita a recuperare. Fanno il loro lavoro. Non credo quasi mai ai complotti, sebbene qualche colpo basso non tanto ingenuo e con precisi mandanti sia sempre possibile, ma va dimostrato con cura. Nella dialettica democratica può capitare di essere attaccati. Ci si difende rispondendo con serenità e fermezza, come ha fatto Nuccio Caffo. Del resto non si può essere grandi e immaginare di essere esenti dalle valutazioni di mille occhi. Guardate a Berlusconi, alla Fiat, a Gardini, alla Parmalat, a tanti colossi dell’economia italiana ed europea. O alla stessa politica: ti fulminano per una battuta, per una foto, per una barzelletta equivoca, per un solo istante di tutta una vita in cui ti è sfuggita una frase infelice. È giusto, non è giusto? È!
Occorre, in vicende come quella che ha interessato il Gruppo Caffo, avere una certezza assoluta: magistrati eccelsi come Nicola Gratteri ed altri suoi valorosi colleghi hanno il culto della giustizia e non forzerebbero mai la mano, senza appigli certi e incontrovertibili, nei confronti di aziende che danno tanto lavoro, che funzionano bene, che rappresentano il fiore all’occhiello di un’economia in perenne crisi, che fanno parlare della Calabria, anche all’estero, per la qualità dei loro rispettivi prodotti. Al contempo posso ritenere di poter dire, alla luce di innumerevoli prove pubbliche, che il Procuratore Nicola Gratteri in casi di comprovata collusione con la ‘ndrangheta non avrebbe alcun tentennamento a proporre la galera per gli eventuali responsabili, nonché sequestri e confische di patrimoni anche ingenti.
Lavorare e agire in Calabria, tentare di costruire qualcosa di buono, è tremendamente difficile. Il prezzo della presenza della ‘ndrangheta lo si paga due volte: da un lato sei costretto a operare in un territorio desertificato, carico di emergenze irrisolte e nel timore di essere colpito alla schiena; dall’altro se riesci a emergere devi spiegare ciò che uno del Trentino o del Friuli Venezia Giulia non si sognerebbe mai di dover esplicitare. In Calabria siamo giunti al punto che anche se ti spetta qualcosa, persino un incarico, o un ruolo, o un lavoro, devi temere di essere aggredito. C’è fame, c’è competizione esasperata per quel poco che è disponibile di risorse pubbliche e private, non esiste mercato del lavoro e delle professioni, cresce la cattiveria, lievita la rabbia, il livore diventa patologico, le sconfitte si traducono in guerriglia permanente. Sarebbe quasi legittimo proporre una sorta di class action politica contro uno Stato che nei decenni non ha fatto in modo di restituire normalità alla Calabria. Perché a troppi, a Roma come a Milano, è convenuto misurarsi con una Calabria sgangherata, per fare affari, per lucrare, per accaparrarsi consenso politico con le briciole o assecondando l’ambizione di pochi.
Un’ultima notazione che va al di là del tema specifico. Il sistema produttivo calabrese che conta avrebbe tante armi per dare una mano alla Calabria diversa e migliore. Non sempre lo fa, e magari si concentra su aspetti troppo secondari. Non lo fa perché non ha compreso fino in fondo quanto sia decisivo costruire una rete solida che faccia da barriera contro la Calabria negativa. Si sottovaluta il contesto, non si tengono in adeguata considerazione i cambiamenti storici, non si comprende che non esistono e non esisteranno mai più isole immuni da tempeste!

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