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L’EDITORIALE Le due sfide storiche di Roberto Occhiuto in una Calabria difficile. Due modesti consigli!

Scritto da: MASSIMO TIGANI SAVA

Roberto Occhiuto e il suo appuntamento con la storia della Calabria e del Sud. Il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione ha i tempi televisivi, e quindi il dono della sintesi. Sarà perché da imprenditore iniziò con il mondo dell’editoria catodica, sarà perché il ruolo nazionale l’ha abituato ai ritmi incalzanti dei tg, ma frasi brevi e ben meditate, scandite da giuste pause, stanno caratterizzando il suo tour elettorale dal Pollino allo Stretto. Ieri sera ho avuto modo di ascoltarlo a Crotone dove, più che in altre occasioni, ha fissato in una ventina di minuti di intervento alcune idee-forza. Roberto Occhiuto sa che i Calabresi non hanno più grande fiducia nella politica. Troppe le ombre accanto alle meno numerose luci. Anni e anni di governi inconcludenti, inadeguati, carenti, in un contesto economico-sociale oggettivamente difficile. E quindi Roberto Occhiuto è cosciente di avere un appuntamento con la storia del Mezzogiorno e della regione sofferente per definizione. «Ho due possibilità», ha detto con voce ferma nella città di Pitagora, sommo filosofo che ha anche citato forse per dare maggiore solennità alle sue parole: «Fare la fine di uno qualsiasi, che non ha combinato nulla di buono per la collettività, o iscrivere il mio nome nella storia di questa terra, ricordato come colui il quale ha saputo cambiare in meglio la Calabria». Un appuntamento con la storia, quindi, sottoscritto con due milioni scarsi di Calabresi che vivono nella regione d’origine e con i 5 o 6 che hanno trovato fortuna altrove, emigrati dall’Ottocento ai nostri giorni. L’onestà e la consapevolezza della sfida colpiscono, anche perché ad altri sono mancate. Roberto Occhiuto sa che, insediatosi al decimo piano di un palazzo non troppo amato, e che non può essere considerato il privilegio di un potere fine a se stesso, potrà incamminarsi su una strada o su un’altra. Su quella della perdizione politica, troppo spesso condita da dannosa inconsistenza, o su quella della resurrezione. Una resurrezione che i Calabresi auspicano con tanta diffidenza, non perché siano migliori delle classi politiche che essi stessi si sono sempre scelti (e mi riferisco soprattutto alla borghesia medio-alta e ai ceti più abbienti), ma per quel dna plasmato dai millenni che induce a non entusiasmarsi mai troppo, a propendere per quel relativismo pragmatico ed egoista che è una delle tare della Magna Grecia.
A Crotone, sorretto anche dalla presenza intelligente della collega parlamentare Matilde Siracusano, siciliana di Messina e quindi ferrata sui temi di una Questione Meridionale ancora non superata, Roberto Occhiuto ha lanciato una seconda sfida storica: «Voglio che a Roma si rendano conto che esiste una Calabria migliore, capace di stupire, una Calabria che non ti aspetti. Il marchio Calabria deve perdere quella connotazione di negatività che gli è stata appiccicata addosso». Questa seconda battaglia da combattere pretende che sia vinta la prima, quella che riguarda il governo reale, le scelte sui temi dirimenti, la voglia reale di avviare un nuovo corso, l’idea di gettare a mare tutto ciò che nel passato non ha funzionato.
Guidare la Calabria non è impresa facile, anche perché molti Calabresi non hanno ben compreso che un sistema ben organizzato va a vantaggio di tutti, senza correre i rischi di forzature più o meno gravi. Poi c’è da isolare il mondo dei grandi furbi che hanno accumulato ricchezze enormi saccheggiando le risorse comunitarie e ordinarie, ed ai quali hanno fatto comodo sia una politica debole, scaltra ma non illuminata, sia poteri deviati che puzzano di massomafia. Le due sfide lanciate da Roberto Occhiuto sono tanto ardue quanto esaltanti. Due modesti consigli. Il primo: parta con il piede giusto e sia rapidissimo nelle scelte strategiche. Il tempo in Calabria, infatti, è alleato delle emergenze e di quanti bivaccano nelle stesse, piuttosto che della politica di ampio respiro. Il secondo: si circondi di un gruppo di collaboratori strutturati che non gli facciano mai perdere il contatto con la realtà, con i territori, con la gente, rischio che possono correre coloro i quali si innamorano troppo del “decimo piano”, non rendendosi conto di quanto sia più facile scendere le scale che risalirle, o peggio ancora di quanto ogni gradino possa rivelarsi scivoloso. Un “in bocca al lupo” è dovuto, esteso anche alle opposizioni il cui ruolo resta fondamentale in una democrazia compiuta!

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