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L’EDITORIALE – Magistrati coraggiosi come Gratteri e stampa impegnata hanno frenato mafie e dittatura della politica deviata

Scritto da: MASSIMO TIGANI SAVA

In Italia c’è un confronto ormai aspro fra due grossi blocchi politico-culturali. Uno guarda al primato assoluto dei partiti, comunque essi siano, senza porsi preventivamente una domanda fondamentale: quali forme di degenerazione, anche gravi, ha subito la politica in questi ultimi decenni? È riuscita la politica a rigenerarsi e ad isolare soggetti che meriterebbero ben altre collocazioni? La crisi dei partiti è colpa dei magistrati che indagano e dei giornalisti scomodi o nasce al proprio interno a causa di insopportabili contraddizioni e derive? Opponendosi a questa visione partitocratica e di comodo, sull’altro fronte si ritiene che l’indipendenza e l’autonomia della magistratura costituiscano un presidio fondamentale di democrazia, così come una stampa che non sia schiava o portavoce di lobby e gruppi di potere. In mezzo ci sono tanti ragionamenti, pur qualificati e utili, sulla necessità che la politica basata su partiti forti e veramente rinnovati non lasci spazio a forme di populismo esasperato magari funzionali a blocchi di potere che preferiscono agire nell’ombra. Né si può ignorare il confronto che pur esiste su alcuni errori non sottovalutabili commessi da settori della magistratura che hanno esaltato le dinamiche del correntismo, fino a mettere in discussione quei concetti di indipendenza e autonomia che dovrebbero essere ritenuti intoccabili. Sulla stessa scia di responsabilità merita attenzione ogni riflessione che si riferisca alla massima qualificazione possibile dell’informazione, purché non si diventi così ipocriti da immaginare che la libertà della stampa possa essere garantita solo dalla cosiddetta pubblicità. Occorrerà prima o poi affrontare in maniera decisa la questione fondamentale dei finanziamenti pubblici a tv e giornali, adeguati e tali da garantire un sistema tanto articolato e plurale da potersi elevare a guardiano della dialettica democratica.
Quando, però, le discussioni giuste e corrette sulle derive di esponenti della magistratura e sul ruolo della stampa vengono utilizzate strumentalmente per distruggere o minare verità assolute, allora è proprio il caso di puntare i piedi. Magistrati coraggiosi come Nicola Gratteri e numerosi suoi colleghi che operano in tutta Italia, così come i migliori esempi di stampa libera, hanno frenato le mafie, i loro potenti alleati con la cravatta, nonché la dittatura della politica deviata. Troppo spesso, infatti, mafie, potentati famelici e politica inquinata sono stati un tutt’uno capace di minare le fondamenta della Repubblica. Prendere di mira e colpire magistrati come Nicola Gratteri, che si ispirano nella loro azione agli esempi luminosi di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, significa, anche se lo si fa indirettamente e inconsapevolmente, fare un bel regalo alla criminalità organizzata e a alla fetta più nauseabonda di certa politica. Temere, anche nei casi più complessi e delicati, che il male del Paese possa dipendere dalla stampa che scrive e analizza troppo, è un errore che porta dritto alle dittature. E non si faccia finta di non sapere che le dittature, nel mondo occidentale, possono anche assumere forme sofisticate, come quelle alimentate dalla massomafia e da potentissime lobby che si impossessano di gangli vitali della finanza, dell’economia, degli apparati pubblici, della società. La storia d’Italia, con i Corleonesi che si fanno Stato, o con tentativi di “golpe” più o meno espliciti e più meno sotterranei, non può alimentare dubbi di sorta sulla bontà del nostro ragionamento. Oggi il pericolo numero uno è rappresentato dalla ‘ndrangheta che, emulando la storica sete di potere della mafia siciliana, in maniera più subdola ha trovato alleati ovunque: politici senza scrupoli bisognosi di voti, politici al servizio delle logiche criminali e quindi conniventi e collusi, burocrati infedeli, massonerie deviate, esponenti molto scaltri e maleodoranti della finanza mondiale. Immaginate che cosa sarebbero state la Calabria e la Sicilia senza l’azione coraggiosissima di magistrati quali Nicola Gratteri e numerosi suoi altri colleghi, anche giudicanti: regioni “autonome” totalmente asservite alle mafie e ai loro tentacoli. Il sacrificio supremo di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino ha risvegliato le coscienze del Paese per una lotta senza quartiere alla mafia siciliana. Oggi l’obiettivo primario del Paese è quello di estirpare la ‘ndrangheta e tutti i suoi amici che hanno riciclato risorse immense nell’economia legale. Si dia una lettura anche rapida all’ultimo libro di Gratteri e Nicaso, “Complici e colpevoli”, e si capirà che cosa è diventata la ‘ndrangheta in Italia, a partire dalla Lombardia dalla quale, evidentemente, talora partono anche direttive verso il centro e il sud. Si può essere disattenti, tonti o finti tonti di fronte a un’emergenza criminale storica e di portata gigantesca. Ma tonti e finti tonti producono lo stesso effetto deleterio: fanno da sponda alla ‘ndrangheta e alle sue strategie di radicamento.
Altro paio di maniche è discutere con serietà di garantismo, di riforma del Csm, di riassetto della giustizia, di quale disegno sostenibile dare al sistema dell’informazione. Per garantire una stampa libera in un’epoca in cui la carta viene sempre di più sostituita da internet, si potrebbero sostenere, con intelligenza e senza sprechi, forme di cooperazione seria fra giornalisti e tecnici informatici, così come tante piccole realtà editoriali talora agonizzanti. Sul piano nazionale, invece, occorrerebbe eliminare completamente il rapporto fra politica e Rai, e spalmare meglio le risorse pubblicitarie per favorire la sopravvivenza di più voci potenti. Pluralità dell’informazione è sinonimo di stampa libera.
‘Ndrangheta e politica deviata sono il male assoluto della Repubblica. Qualsivoglia elucubrazione che non parta da questo assioma fa sorgere, sempre e comunque, sospetti e forti dubbi.

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