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L’EDITORIALE Nuove vaste operazioni anti-ndrangheta e la prima sentenza su Rinascita-Scott: dove si sono nascosti i censori di Nicola Gratteri?

Scritto da: MASSIMO TIGANI SAVA

Dove si sono nascosti gli iper garantisti fustigatori dell’incorruttibile Nicola Gratteri nemico della ‘ndrangheta e della massomafia? Hanno letto sui giornali le motivazioni della sentenza emessa dal Gup Claudio Paris del Tribunale di Catanzaro nel giudizio abbreviato relativo alla vasta operazione Rinascita Scott, riguardante 91 imputati per vari reati, compresa l’associazione di stampo mafioso (416 bis C.P.)? Hanno dato un’occhiatina, magari di sfuggita, agli esiti della nuova e significativa operazione anti-ndrangheta portata a termine dalle Dda di Roma e di Reggio Calabria? L’hanno capito, i presunti oppositori di Gratteri, che numerosi altri magistrati, nella loro assoluta indipendenza e autonomia di giudizio, ci stanno spiegando che la ‘ndrangheta si è infilata ovunque, tra settori sporchi e collusi della società, affari illegali e riciclaggio di denaro sporco? Gli struzzi di un garantismo ipertrofico che appare strumentale se non associato ad aperte e chiare prese di posizione rispetto all’ottimo lavoro portato avanti anche da altri magistrati, hanno forse preferito mettere la testa sotto la sabbia? Ha avuto ragione o no, Nicola Gratteri, nel denunciare da decenni il pericolo crescente di una ‘ndrangheta che sta inquinando l’economia e la politica con il sostegno diffuso di colletti bianchi interessati ad assicurarsi vantaggi di vario tipo? Lo si è capito che il coraggio di tanti magistrati con la schiena dritta, che hanno in Nicola Gratteri una delle espressioni migliori e più stimate in Italia e all’estero, è assolutamente in linea con quanto accaduto alcuni decenni fa in Sicilia, con l’epoca maledetta delle stragi e con le intuizioni di Falcone e Borsellino sul rapporto fra poteri criminali e borghesia mafiosa?

Sturatevi le orecchie esegeti di un garantismo troppo strabico: la ‘ndrangheta non è uno dei problemi del Paese, ma è il problema del Paese. Fiumi di danaro sporco accumulati soprattutto con il traffico internazionale di droga sono a disposizione di ‘ndranghetisti e soci più o meno occulti e più o meno altolocati, compresi cappucci deviati, per inquinare porzioni importanti della Repubblica. Qui non è in gioco il futuro della Calabria, che molto probabilmente interessa a pochi, ma delle regioni più produttive e più strategiche dello Stivale: la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Lazio con la nostra Capitale. Ecco perché abbiamo gridato che lo Stato avrebbe lanciato un meraviglioso segnale nel far sedere Nicola Gratteri alla guida della Direzione nazionale Antimafia. Perché anche i simboli, oltre alla sostanza, hanno un significato profondo. Ecco perché ci aspetteremmo che il Governo e il Parlamento si dimostrassero attenti alle richieste che provengono dalla magistratura sulle misure più energiche da adottare per sconfiggere la ‘ndrangheta. Ed ecco perché riteniamo che la politica debba essere in grado di anticipare, sempre e comunque, le azioni della magistratura, isolando ed eliminando ogni potenziale pericolo prima dell’intervento dei Tribunali. Non pretendiamo di applicare le leggi del terrore e del sospetto, di impronta giacobina, ma almeno di uniformarsi alle regole di un buon senso troppo spesso calpestato. Senza omettere di ricordare che bisognerebbe capire anche perché si ha interesse a calpestare il buon senso, e con quali vantaggi. Le minacce di morte a Gratteri, svelate dalla credibilità dei servizi, sono la prova che la magistratura italiana è sulla buona strada nel condurre una guerra legale dura ed efficace contro la ‘ndrangheta e i suoi pericolosissimi amici. Lo Stato ha già avuto modo di meditare sulle sottovalutazioni e sugli errori commessi contro la mafia siciliana, costati la vita ai nostri grandi eroi: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in primis. Perseverare sarebbe diabolico e inaccettabile. Oggi nessuno può dire “non sapevo” o “non avevo capito”. La sentenza del competente e coraggioso giudice Cluadio Paris è anche, di fatto, un libro di storia, che racconta le caratteristiche di una consistente porzione di ‘ndrangheta, la sua organizzazione, le sue finalità criminali, e in particolare la capacità di inquinamento, infiltrazione e corruzione del tessuto economico (altro che libero mercato!).

La magistratura ha commesso errori al proprio interno, così come accade in molte altre categorie. Questi errori, che devono essere rimossi alla radice, non siano la scusa per indebolire, di fatto, il sistema giustizia che perseguita i poteri criminali specializzatisi nell’andare a braccetto con la politica corrotta, l’economia e la finanza inquinate, la burocrazia maleodorante e la massoneria deviata. La questione strategica da affrontare per salvare la Democrazia Repubblicana è questa e nessuno faccia finta di non capire. Il mondo dell’informazione farebbe bene, in questo contesto, a reagire all’unisono contro ogni forma di censura e di bavaglio al diritto-dovere di informare l’opinione pubblica. Solo i regimi totalitari, palesi o subdoli, ce lo insegna la storia, limitano la libertà di stampa. Una magistratura forte e indipendente, assieme a una stampa libera, sono il migliore antidoto contro il prevalere di poteri occulti e di lobby fameliche che rappresentano il vero sistema canceroso da abbattere per difendere la Costituzione. Postilla finale: ho massimo rispetto dei veri difensori del garantismo, nella consapevolezza che i diritti fondamentali dell’uomo siano una cosa sacra. Sconfiggere la ‘ndrangheta e le altre mafie, però, è il passo più importante proprio per difendere al meglio questi stessi diritti!

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