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L’EDITORIALE | Politica in Calabria, occasione storica

Il mondo politico calabrese, da sinistra a destra, ha un’occasione storica. La possibile quasi concomitanza (lo vedremo) di elezioni politiche e regionali, potrebbe consentire un salto di qualità decisivo. I pericoli da scongiurare sono due. Il primo attiene alla tradizione negativa dell’ascarismo meridionale, condita con atteggiamenti gattopardeschi e tardo-feudali: presentarsi o “vendersi” singolarmente ai potentati centrali e romani, usare la lingua più che il cervello, inginocchiarsi di fronte al principe di turno che può dispensare spazi di manovra o incarichi. Il secondo riguarda la vita interna dei partiti, per quanto ridotta al lumicino, ma sempre in grado di fare scelte: si impone una maggiore capacità di selezione anche alla luce delle sempre più incisive azioni della magistratura che, ricordiamolo, non si muovono contro la politica, ma contro certa politica.

Destra e sinistra, che pur al Sud e in Calabria annoverano diverse personalità di livello, sono chiamate a una riflessione profonda, finalmente generosa, capace di restituire grande autorevolezza alla politica. La costruzione di piattaforme programmatiche vere, di azioni di governo concrete, sorrette da analisi adeguate, è il presupposto affinché il mondo politico che ha ancora voglia di spendersi si presenti a questi appuntamenti con una propria proposta credibile e, soprattutto, aumentando il livello di dignità e onore. Non sono in discussione le naturali ambizioni dei singoli, tra vecchie e nuove leve, perché la politica e la vita, sia chiaro, camminano sulle spalle di ognuno che abbia la voglia di fare. Ma l’ambizione può tradursi sia in progetto politico sano, sia, all’opposto, in percorso fine a se stesso, sterile e inadeguato. Su questo fronte destra e sinistra dovrebbero avere, addirittura, la capacità di autolegittimarsi a vicenda, scoraggiando atteggiamenti ambigui, fatti di opportunismo, di incoerenza, di pura furbizia tattica, di non sostenibilità (intelligenti pauca!).

Certo è che il Sud e la Calabria stanno vivendo una crisi profonda e storica. Il tessuto sociale ed economico del Mezzogiorno è consumato, deteriorato, indebolito, disorientato, non ha una bussola di riferimento. Si procede a vista senza poter contare su sistemi di riferimento robusti, senza poter aggrapparsi a progetti di sviluppo meditati. Politica ed opinione pubblica, classi dirigenti e popolo ce l’hanno messa tutta per giungere a questo stadio di apparente non ritorno, di fine dei tempi, di abbandono allo sconforto, alla disperazione, all’unica cura che è peggio del male che l’ha reclamata: l’assistenzialismo. Ecco perché destra e sinistra vivono oggi gli stessi problemi, ed ogni ulteriore eventuale giochino di potere non potrà che aggravare la situazione. Qualcuno potrà salvare una traballante poltrona, i più resteranno delusi e remeranno contro. Si metta un punto. Si riparta ritrovando il gusto della politica, dei contenuti, delle battaglie civili, della dialettica democratica. Le inchieste della magistratura ci stanno spiegando che la pura gestione del potere, in particolare se deviata, non ha più senso, è antistorica e deleteria, produce il precario benessere di pochi che poi finiscono in galera o si vedono sequestrati i patrimoni, e comunque non genera consensi diffusi. È urgente (senza voler fare di tutte le erbe un fascio) ritrovare sempre e comunque le ragioni del bene comune, della crescita collettiva, della missione.

In questi giorni, anche dalle pagine di questo Quotidiano, abbiamo lanciato, assieme a Salvatore Gaetano, un Appello Meridionalista ricco di contenuti programmatici, pensato da Sud e per il Sud. Non una improbabile Bibbia, ma un canovaccio sul quale lavorare, partendo dal valore supremo del genio meridionale, dell’immenso patrimonio identitario e culturale, dei giacimenti archeologici, del coloratissimo paniere dell’agroalimentare e dell’artigianato artistico, della propensione dei Meridionali alla fatica e al sacrificio. Qualcosa si è smosso, ma si può fare di più. La nostra è una visione sociale, antiglobalista, identitaria nell’accezione più nobile del termine. Non vogliamo un mondo dominato dai soli interessi delle multinazionali, delle grandi burocrazie, dell’alta finanza, delle élites tanto ipertrofiche quanto radical chic. Pensiamo che gli Stili di Vita a Misura d’Uomo che ancora l’antica Magna Grecia preserva possano essere il giusto antidoto contro le peggiori degenerazioni di un certo modo di intendere la globalizzazione. Il buongoverno di quelle che un tempo furono le cosiddette Regioni Rosse (si pensi all’Emilia Romagna o alla Toscana) oppure oggi il Veneto del leghista Luca Zaia sono un punto di riferimento tutto Made in Italy cui guardare. Certo, poi ci sono anche le idee di fondo su tanti temi (immigrazione, diritti sociali, formule economiche…) che possono ancora dividere, senza violenza alcuna, fra aree distinte di pensiero. Noi Meridionali abbiamo un grande tema in più sul quale confrontarci e dividerci democraticamente: quale Sud e quale Calabria vogliamo consegnare ai nostri figli?

Se la migliore politica saprà, in questa congiuntura straordinaria, ritrovare se stessa, due distinte opzioni strategiche potranno finalmente essere proposte a un elettorato chiamato non a votare l’amico, o a scambiare il voto per qualche favore, ma a un popolo consapevole e desideroso di cambiamenti reali. La protesta non basta più. Palla al centro e si riparta dalle proposte. Distruggiamo i paradossi che stanno uccidendo il Mezzogiorno e la Calabria: potremmo vivere di turismo nove mesi all’anno e sopportiamo di essere inondati dalla spazzatura; potremmo vendere acqua al mondo e non sappiamo gestire le risorse idriche; potremmo valorizzare al massimo i nostri beni archeologici e culturali e quasi sembriamo disprezzarli; vediamo i nostri figli emigrare mentre lottiamo a morsi in questa terra che sembra maledetta da Dio; abbiamo genio e intelligenza e rischiamo di guardare a un presente da pecore, rincorrendo il potente di turno. Basta! Rialziamo la testa per un Sud protagonista dei propri destini. Pretendere da Roma politiche meridionaliste, imporre a Roma tempi e agenda, e non subire passivamente scelte più o meno digeribili. Autodeterminarsi e non farsi colonizzare!

Massimo Tigani Sava

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