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Legalità e sviluppo: le storie di chi resta al Sud per restare e combattere raccontate ai giovani (VIDEO)

È un lavoro che ha bisogno di sacrificio e costanza quello di parlare ai più giovani di legalità e di regole. A Cosenza, presso la Casa della Musica, l’Istituto superiore “Lucrezia della Valle” ha promosso un dibattito sul rapporto tra legalità e sviluppo a cui hanno preso parte ospiti molto importanti, tutti coinvolti, nella vita o col lavoro, nella battaglia contro la mafia. Come Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Fino a 27 anni fa, tra i due c’erano spesso stati scontri dialettici, anche duri, tra il magistrato sempre più isolato nella battaglia contro cosa nostra fino a diventare troppo vulnerabile, e l’ingegnere che aveva preferito andare a lavorare a Milano, lasciarsi alle spalle un contesto difficile, una realtà immutabile. Ora, però, Salvatore Borsellino non la pensa più così: ai giovani spiega che il Sud non dev’essere abbandonato nelle mani della criminalità organizzata, testimone dell’eredità morale che la madre lasciò ai suoi figli dopo la strage di via D’Amelio e dello stesso messaggio che il fratello volle lasciare ai giovani poche ore prima di essere ucciso. Restare e combattere. La scelta più difficile l’ha fatta anche Gaetano Saffioti, l’imprenditore palmese divenuto testimone di giustizia che vive sotto scorta dal 2002 per il quale la ndrangheta è battibile, anche facendo leva sull’odierna facilità di riuscire ad ottenere informazioni. Le regole, l’esigenza di rispettarle come pre-condizione di una convivenza civile senza deviazioni e collusioni. Su questo hanno insistito il procuratore aggiunto di Cosenza, Marisa Manzini, ed il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, i quali hanno affermato che la lotta alle mafie non si delega, riguarda ciascuno ed inizia proprio capendo che sui diritti non può esservi alcuna forma di cedimento, o peggio, di baratto.

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