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L’emergenza coronavirus ammazza i piccoli imprenditori: perché la Regione ha detto no alle proposte della Lega?

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L’emergenza Covid-19 ha messo in discussione il diritto alla salute e alla vita, chi potrebbe dire di no! Ogni precauzione adottabile per evitare la diffusione del contagio merita attenzione e rispetto. Ma accanto al diritto alla salute, ci sono anche quelli connessi al lavoro e quindi alla sopravvivenza di ogni uomo e della sua famiglia. Due aspetti inscindibili  di una tragedia unica che ha molte facce. Perché il coronavirus che sta mietendo vittime ovunque ha un carattere subdolo, mette in ginocchio i più indifesi e i più deboli.

Se volessimo usare un linguaggio del secolo scorso, potremmo dire che il Covid-19 è classista, perché la sua diffusione è più forte dove ci sono meno possibilità di protezione sanitaria ed economica. Diciamola tutta: potersi isolare e distanziare è anche un privilegio oltre che una libera scelta o un decreto da rispettare. Ti puoi chiudere in casa due o tre mesi, con la tua famiglia, se hai di che vivere, se godi di un reddito sicuro, se hai soldi da parte, se puoi accedere a tutte le forme di aiuto necessarie. E se si è molto anziani, poter continuare ad essere accudito con amore in ambito familiare di certo non fa male!

C’è tanta gente, però, che convive con il bisogno, con la precarietà, con una ricerca quotidiana del reddito per tirare avanti, con situazioni familiari complesse. E ancor di più sono coloro i quali, essendo titolari di micro o piccole aziende, tra artigianato, agricoltura, servizi e commercio, non riescono a distinguere fra vita privata e lavoro. Sono quelle migliaia e migliaia di imprenditori e partite Iva che rappresentano lo scheletro di regioni non industrializzate qual è la Calabria, per i quali non esistono paracadute come la cassa integrazione, non esistono regimi di protezione ma solo rischi, non esistono le festività o i turni di lavoro, le ferie e i permessi sindacali, non sono mai state concepite politiche creditizie e fiscali adeguate. È gente per la quale vita e lavoro significano la stessa cosa, sono due concetti che viaggiano in simbiosi indissolubile.

Di fronte all’emergenza Covid-19 si è fatto troppo poco o quasi nulla per queste categorie, che soffrono in maniera dura anche al Sud e in Calabria. Ecco perché la Lega, facendosi carico di queste esigenze sociali da molti trascurate, ha proposto la cosiddetta “riapertura soft” a partire dal 27 aprile, pur nel rispetto delle misure di prevenzione. La Lega Calabria ha pensato che non ci siano pericoli nel consentire le attività di cibo da asporto per pizzerie, pub, ristoranti, trattorie, pasticcerie, gelaterie… Che consentire l’apertura dei laboratori artigianali (fabbri, falegnami, sarti, calzolai,  ecc.) non potrebbe generare pericoli, visto che si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di imprese a conduzione familiare. Che riattivare subito l’edilizia pubblica, soprattutto per quanto concerne la manutenzione, non costituirebbe un ostacolo insuperabile. Il tutto, è ovvio, rispettando le normative sulla prevenzione, ma anche pensando che tanti calabresi senza sicurezze e privilegi, senza stipendi sicuri e garantiti, non possono rimanere fermi all’infinito, compromettendo anche la tenuta psicologia dei rispettivi nuclei familiari.

Per difendere queste proposte è nata la campagna social battezzata #iovoglioripartire, finalizzata a farsi carico delle esigenze delle categorie produttive più piccole e più deboli, considerate troppo spesso come una vacca da mungere piuttosto che come una risorsa straordinaria per il Paese. La Regione Calabria non ha fatto proprio questo motivato grido d’allarme della Lega, e ci sarebbe da chiedersi perché. Si è di fatto sottovalutata la “cattiveria” di un virus che è più forte e distruttivo nei confronti delle categorie economiche più deboli. Non è giusto. Non basta dire tuteliamo la vita e la salute se per tanti i sacrifici di una vita sono già, comunque, pesantemente in discussione.

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