domenica, 14 luglio 2024

L’export calabrese fermo allo 0,1% e i poco convincenti commenti di Unindustria e Fortunato Amarelli

Non riusciamo a capire quale sia il senso del ragionamento proposto e perché lo stesso sia stato partorito! Unindustria Calabria ha lanciato una nota stampa di commento, i cui contenuti ci convincono assai poco, agli ultimi rilevamenti Istat dedicati all’export delle regioni italiane nel 2016-2017. L’associazione degli imprenditori ex Confindustria, pur ricordando che l’export per la nostra regione è fermo alla soglia dello 0,1% del totale nazionale (avete capito bene? Stiamo parlando di appena lo 0,1%, quando la popolazione calabrese rappresenta il 3,25% di quella della Penisola), accenna con una certa enfasi ad una lieve quota di aumento. Una fotografia che avrebbe dovuto far partorire, piuttosto, una profonda disamina sulle ragioni politiche ed economiche di questo assurdo stallo della realtà regionale, uno dei più preoccupanti in un’economia globalizzata. Domandiamo a voce alta: il segnale più rilevante emerso ancora una volta dai dati Istat è la conferma per la Calabria dello 0,1% di export o lo spostamento di qualche milione di euro in termini assoluti? Se la situazione non fosse drammatica ci verrebbe da scherzare su un paradosso: se io vendo al mondo solo 10 pantaloni all’anno (mentre quasi tutti gli altri ne smerciano mille, diecimila, centomila, milioni…), quando riuscirò a venderne 11 potrò dire di aver avuto un fantastico incremento percentuale del 10%. A due cifre! Ma sempre 11 pantaloni sono anziché 10! Purtroppo c’è davvero poco da sorridere, ed amareggia che proprio da una parte dell’impresa calabrese non giungano ben altre sottolineature, magari indirizzate anche al mondo politico, con la forza e la decisione che meriterebbero le perduranti asfittiche condizioni economico-sociali della Calabria.
Ma ascoltate ora che cosa ha affermato a proposito, nella stessa nota stampa, Fortunato Amarelli, presidente della sezione Agroalimentare di Unindustria Calabria: “Il commercio con l’estero rappresenta un elemento fondamentale per la crescita delle imprese perché crea nuove opportunità di sviluppo e fa conoscere le eccellenze dei territori in tutto il mondo. Operando in questa direzione si potrà concorrere a superare le difficoltà di un mercato interno troppo circoscritto e limitante per le aziende». Quindi il mercato interno è “troppo circoscritto e limitante”, mentre le esportazioni, nonostante l’inamovibile 0,1% che continua a relegare la Calabria in coda alla specifica graduatoria italiana, sarebbero la risposta più forte da dare (pare di capire anche nell’immediato) alle aziende in cerca di crescita e sviluppo. Mah! Noi crediamo invece che occorrerebbe investire molto sul potenziamento proprio del mercato interno, regionale, interregionale e nazionale, senza trascurare persino quello locale che è a misura della miriade di piccole aziende che popolano la nostra regione.

Prima di passare a una più attenta disamina degli ultimi dati Istat sull’export delle regioni italiane, chiediamo a Fortunato Amarelli di chiarire all’opinione pubblica quante aziende calabresi sono effettivamente in grado di puntare in maniera prevalente sull’export, e quante altre invece non lo sono ad oggi e chissà per quanti altri anni ancora. Ma è davvero l’export, considerato questo incredibile valore dello 0,1% che non si riesce a scalfire da anni, a costituire la risposta primaria per una Calabria imprenditoriale che arranca? Siamo sicuri che non sia stata proprio la generalizzata sottovalutazione del mercato interno (locale, regionale, interregionale…), prima di tutto sul piano culturale, a frenare fortemente lo sviluppo del sistema produttivo calabrese? Anche sul fronte dello stesso agroalimentare identitario di qualità (argomento sul quale apriremo a breve ragionamenti profondi e specifici), non faremmo bene ad occuparci prima di cosa offriamo ai turisti che ogni anno ospitiamo in Calabria? Non sarebbe utile innanzi tutto preoccuparsi di ottimizzare al massimo il rapporto tra produzioni locali e territorio? Nessuno vuole negare che per una manciata di aziende calabresi l’export inizi a diventare un’occasione seria, percentualmente rilevante sul fatturato totale, ma parlare di sviluppo della Calabria e della sua miriade di piccole aziende è altra cosa! La frase di Amarelli sul “mercato interno troppo circoscritto e limitante per le aziende” convince davvero poco. Anzi, ci chiediamo perché sia stata pronunciata.

Torniamo ai dati Istat che meritano di essere letti con spirito critico. Abbiamo ricordato che sul 100% delle esportazioni italiane la Calabria, pur rappresentando il 3,25% dell’intera popolazione nazionale, garantisce solo lo 0,1%. Un dato che viene confermato dalle ultime rilevazioni dell’Istituto di Statistica relative al periodo gennaio-settembre 2017. Quando le percentuali sono così basse è ovvio che lo scostamento di qualche milione di euro determini incrementi percentuali solo apparentemente rilevanti. Guardiamo, pertanto, ai dati assoluti per capire meglio. L’Istat ci dice che nel periodo gennaio-settembre 2017 l’Italia intera ha esportato per 330.736 milioni di euro, vale a dire 330,73 miliardi di euro. Rispetto a questo dato enorme (+7,3% sul 2016), la Calabria ha contributo con soli 337 milioni di euro, cioè 0,34 miliardi. Dei termini rapidi di paragone? La Lombardia ha garantito da sola 88,67 miliardi; il Veneto 45,41; l’Emilia Romagna 44,19; la Toscana 26,05. Direte voi, questo è il grande Nord produttivo! E invece no, la Calabria non regge il confronto neanche con i 6,27 miliardi dell’Abruzzo (vale a dire 18,6 volte il valore calabrese); i 7,64 della Campania (22,7 volte il dato calabrese); finanche i 2,80 della piccola Basilicata (8,3 volte il valore della Calabria), che ospita poco meno di 600mila abitanti rispetto ai circa 2 milioni della Calabria. Peggio della Calabria, in questa classifica dell’export delle regioni italiane curata dall’Istat, pur mantenendo la stessa percentuale dello 0,1%, il Molise con 299 milioni di euro (ma il Molise ha poco più di 300mila abitanti, e cioè meno di un sesto della popolazione calabra). Finanche la Valle d’Aosta esporta più della Calabria con 506 milioni di euro. E a proposito di valori assoluti. Calcolate la percentuale di export calabrese considerando tre cifre decimali anziché una sola: dividendo 337 milioni (export calabrese nel periodo gennaio-settembre 2017) per i 330.736 milioni dell’export nazionale italiano nella stessa frazione dell’anno, otterrete 0,102. Come dire, anche con un bel po’ di milioni in più il superamento di questa eloquentissima percentuale non è destinato a cambiare. Questi i numeri. Come interpretare quindi le parole di Confindustria e di Fortunato Amarelli? Non avrebbero fatto meglio Unindustria e Fortunato Amarelli a soffermarsi sui tanti drammi ed emergenze irrisolte della Calabria che frenano lo sviluppo? Non avrebbero fatto meglio, ad esempio, ad aprire una vasta azione di riflessione sui recenti risultati dell’inchiesta Stige?

Un’altra dichiarazione del giovane imprenditore di Rossano ci induce a programmare uno specifico intervento nei prossimi giorni: «Le statistiche – ha dichiarato Amarelli nel citato comunicato stampa di Unindustria – ci dicono che dobbiamo fare sempre di più e meglio, facendo squadra, investendo in formazione, puntando su un brand Calabria che sia sinonimo di qualità». Brand Calabria, altro tema accattivante, perché dovremo capire anche su questo fronte di che cosa parliamo. Inizieremo a proporre a giorni un serio e documentato percorso su quale sia l’incidenza reale di tutte le Dop calabresi e su quale sia il loro attuale livello di utilizzazione, considerato l’enorme potenziale intrinseco che esse hanno. Parleremo anche dei valori dell’identità, della tradizione, della distintività e delle culture antiche in una terra troppo spesso malgovernata. Una cosa per ora è certa: il tessuto produttivo calabrese, anche nel comparto agroalimentare, è costituito in prevalenza da piccolissime e piccole aziende, spesso a conduzione familiare, che hanno possibilità di sopravvivere solo se attente politiche regionali di sviluppo riusciranno a costruire un forte mercato interno, partendo proprio dalla dimensione locale per passare a quella interregionale. Una “rivoluzione copernicana” che ha fatto la fortuna di altri territori meglio governati. (muriatico)