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‘Ndrangheta, a Reggio un comitato d’affari in grado di condizionare la Pubblica amministrazione

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L’esame della provincia di Reggio Calabria nella relazione al Parlamento della Direzione investigativa antimafia relativa al primo semestre del 2017 parte evidenziando la necessità di ripartire il vasto territorio in tre macro-aree, confermata dalle “evidenze giudiziarie e le analisi di contesto”. L’analisi, dunque, riguarda il “mandamento centro”, che ricomprende la città di Reggio Calabria e le zone limitrofe; il “mandamento tirrenico”, che si estende sull’omonima zona tirrenica, la cosiddetta “Piana”; il “mandamento ionico”, che comprende la fascia ionica, la cosiddetta “Montagna”.

Nel mandamento “Centro”, in particolare, le risultanze giudiziarie e gli atti investigativi, che hanno caratterizzato l’azione di contrasto alla ‘ndrangheta, “tendono a consolidare la qualificazione unitaria delle cosche reggine – scrivono gli investigatori -, evidentemente orientate verso l’acquisizione dei più strategici centri di potere e di produzione della ricchezza”.

Nell’area in questione, si conferma la supremazia delle cosche Libri, Tegano, Condello e De Stefano – fortemente colpite nel semestre – che, stando a recenti evidenze investigative, avevano costituito una sorta di direttorio mafioso, sovraordinato alle altre famiglie reggine. Una centralità che, alla luce delle recenti inchieste “Mamma Santissima” e “Reghion”, “si è tradotta – è scritto nella relazione – nella creazione di un vero e proprio comitato d’affari partecipato anche da funzionari infedeli, in grado di condizionare ed incidere sull’operato e l’efficienza della Pubblica Amministrazione”. L’unificazione delle stesse inchieste “Mamma Santissima”, “Reghion”, Sistema Reggio”, “Fata” e “Alchemia” ha, così, portato al processo convenzionalmente denominato “Gotha” – le cui prime udienze sono state celebrate proprio nel corso del semestre in esame – “che potrebbe ulteriormente delineare l’operato di una serie di personaggi, facenti parte di una cupola mafiosa dalle spiccate connotazioni affaristiche, imprenditoriali ed istituzionali”. Secondo quanto ipotizzato nel capo d’imputazione, tali personaggi rappresentavano “le menti dell’organizzazione, promotori, dirigenti ed organizzatori della componente riservata della ‘ndrangheta quali componenti apicali occulti di un sistema criminale di tipo mafioso per pianificare, in ambito amministrativo, le attività dirette a interferire sull’esercizio delle funzioni degli organi di rango costituzionale, le cui funzioni venivano piegate verso interessi di parte in grado di provocare ingenti vantaggi ed utilità personali, professionali e patrimoniali”. Una struttura direttiva riservata, dunque, operante in sinergia con l’organo collegiale di vertice, denominato “Provincia”, la cui esistenza è stata accertata nel processo “Crimine”. Proprio nei confronti di un imprenditore reggino, risultato pienamente inserito nell’ambito della citata “componente riservata della ‘ndrangheta”, si è concentrata, nel mese di febbraio, l’azione investigativa della Dia di Reggio Calabria. Il Centro Operativo ha, infatti, eseguito il sequestro di un patrimonio, del valore di oltre 142 milioni di euro, costituito, tra l’altro, da società operanti nel settore dell’edilizia, immobiliare ed alberghiero, tra Reggio Calabria e Villa San Giovanni, nonché da numerosi terreni, locali commerciali ed appartamenti. L’imprenditore aveva nel tempo coltivato stretti rapporti con esponenti di spicco delle cosche “Libri”, “Alvaro”, “Serraino” e “Barbaro” di Platì fino, appunto, ad essere incluso nei più elevati livelli decisionali della ‘ndrangheta.

A marzo, poi, sempre la Dia reggina ha colpito un esponente di un’altra delle principali cosche del capoluogo, quella dei Tegano: un imprenditore “di riferimento” della cosca, che aveva accumulato un patrimonio nettamente sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati. Sono stati, così, sottoposti a sequestro14 beni per un valore complessivo di oltre 25 milioni di euro, tra i quali le aziende operanti nei settori della vendita al minuto e all’ingrosso di prodotti alimentari, di giocattoli e casalinghi, nonché della ristorazione, dei giochi e delle scommesse e, infine, del ramo immobiliare.

Ad aprile, poi, ancora la Dia di Reggio Calabria ha sequestrato15 beni, del valore di oltre un milione di euro, nella disponibilità di un altro ‘ndranghetista collegato sempre ai Tegano, anch’egli di supporto alle azioni criminali della cosca.

La famiglia reggina dei Condello è stata, invece, al centro dell’operazione “Eracle”, conclusa anche questa nel mese di aprile con il fermo di 15 soggetti, ritenuti responsabili, tra l’altro, di associazione mafiosa, porto e detenzione di armi da guerra, traffico di sostanze stupefacenti, maltrattamento di animali, tutti aggravati dal metodo mafioso. Un’associazione per delinquere – facente capo ad esponenti di primo piano delle cosche Condello e Stillitano – risultata attiva, oltre che nel traffico di stupefacenti, anche nell’organizzazione di corse clandestine di cavalli e nei servizi di guardiania, imposti agli esercizi commerciali del lungomare reggino. L’indagine ha consentito anche di disarticolare un pericoloso sottogruppo criminale formato da soggetti di origine rom, inserito nella cosca Rugolino ed avente come base operativa il quartiere di Arghillà (periferia nord di Reggio Calabria), attivo sia nel controllo del territorio che nel procacciamento di armi da fuoco.

Infine, tenendo a mente le quattro componenti del direttorio mafioso (sino a questo punto sono state esaminate le attività dei Libri, dei Tegano e dei Condello), a maggio, nell’ambito dell’operazione “Trash”, sono stati sottoposti a fermo 5 esponenti della cosca De Stefano di Archi, che secondo le accuse “erano riusciti, attraverso società di riferimento, ad intercettare ingenti risorse pubbliche destinate al servizio della raccolta dei rifiuti. Non meno invasivo è stata la strategia criminale dei De Stefano, nel settore dell’indotto, costituito principalmente da ditte specializzate nella fabbricazione e manutenzione di mezzi per la raccolta dei rifiuti”.

Proseguendo nella descrizione delle articolazioni criminali operanti nel mandamento centro, oltre ai menzionati clan, si continua a registrare l’operato della ‘ndrina Serraino, attiva nel comune di Cardeto, nel quartiere San Sperato e nelle frazioni di Cataforio, Mosorrofa e Sala di Mosorrofa. Proprio alcuni associati alla ‘ndrina Serraino, figurano tra i destinatari di un sequestro di beni, eseguito a maggio, del valore di oltre mezzo milione di euro.

Nella parte sud della città si segnalano i Ficara- Latella, mentre nel quartiere di Santa Caterina è attiva la cosca Lo Giudice. Nei rioni Modena e Ciccarello risultano i gruppi Rosmini e Borghetto-Zindato-Caridi, con quest’ultima frangia del sodalizio che, a febbraio, è stata oggetto di un’incisiva investigazione patrimoniale, sempre da parte della Dia di Reggio, che si è conclusa con il sequestro di diversi beni immobili e cospicue somme di denaro – per un valore complessivo di circa 500 mila euro – nella disponibilità di un affiliato proprio al clan Caridi. Ancora a sud della città, nel quartiere Gebbione, è operativa la cosca Labate, colpita anche questa a maggio, con la confisca di beni del valore di 1,2 milioni di euro.

Nella frazione cittadina di Trunca si segnala il clan Alampi, “federato” con la potente cosca Libri. La locale di ‘ndrangheta, operante nella frazione e nelle adiacenti aree di Croce Valanidi, Oliveto e Allai, è stata al centro dell’operazione “Ponente”, conclusa a maggio con il sequestro di beni per un valore di circa 5,5 milioni di euro. Tra i soggetti coinvolti, anche il referente della citata locale che aveva, tra l’altro, il potere di attribuire le cosiddette “doti di ‘ndrangheta” (veri e propri “gradi”, nella gerarchia criminale).

Proseguendo nella mappatura “geo-‘ndranghestica” del territorio, nel comune di Scilla risulta attiva la cosca Nasone-Gaietti, a Villa San Giovanni si conferma l’operatività del gruppo Zito-Bertica-Imerti, mentre a Bagnara Calabra permane il sodalizio Alvaro-Laurendi. L’area di Melito Porto Salvo ricade, invece, sotto l’influenza della famiglia Iamonte – con importanti proiezioni in Liguria – anch’essa oggetto di una incisiva investigazione patrimoniale conclusa, a marzo, dalla Dia di Reggio con il sequestro, tra l’altro, di 70 beni immobili, 15 ettari di terreno coltivato e disponibilità finanziarie per un valore di oltre 6 milioni di euro. Nei comuni di Roghudi e Roccaforte del Greco risultano attive le storiche consorterie degli Angallo – Maesano – Favasuli e Zavettieri, “federate” dopo gli anni della sanguinosa “faida di Roghudi”. Nel comprensorio di S. Lorenzo, Bagaladi e Condofuri si conferma la presenza della cosca Paviglianiti, che vanta forti legami con le famiglie Flachi, Trovato, Sergi e Papalia, caratterizzate da significative proiezioni lombarde e stabili rapporti con le cosche reggine dei Latella e dei Tegano, nonché con i Trimboli di Platì e gli Iamonte di Melito Porto Salvo. Nel territorio di Condofuri insiste, infine, la locale di Gallicianò.

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