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‘Ndrangheta e politica, allarme rosso in vista del voto e partiti sordi

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Un eccezionale numero di comuni sciolti per mafia. La ‘ndrangheta che controlla il 20-30 per cento dei voti in Calabria. La criminalità organizzata che in politica riesce addirittura a formare i propri esponenti quando non si limita a inquinare il tessuto politico o a infiltrarsi nelle pubbliche amministrazioni. Nessun partito che abbia dato un chiaro e netto segnale contro le mafie. Programmi elettorali deludenti in cui manca completamente il tema della lotta alle mafie.

Ce n’è abbastanza, nelle diverse dichiarazioni degli ultimi giorni di esponenti Istituzionali del massimo calibro in materia, per rinnovare, più forte che mai, l’allarme in vista delle prossime consultazioni elettorali, specialmente in una Calabria letteralmente schiavizzata in cui l’azione di Forze dell’Ordine e Magistratura porta alla luce, con una cadenza costante che inquieta, situazioni profondamente compromesse.

Un allarme cui qualcuno reagisce con i fatti, come gli investigatori che sul territorio provano a vigilare con i propri mezzi: “L’attenzione sulla campagna elettorale in corso è altissima, c’è massima allerta in tutte le procure distrettuali con le attività investigative che in questi ultimi giorni si sono addirittura moltiplicate” ha infatti avvertito ieri il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero de Raho, non trascurando, poi, una durissima stoccata quando ha aggiunto “anche se è evidente che in queste campagne elettorali, nonostante il richiamo fatto alla politica di dare un segnale forte, di creare una barriera, di far capire che la politica non vuole i voti delle mafie, nessuno lo ha fatto. Nessuno ha posto finora come priorità il contrasto alle mafie”. “I campi di interesse investigativo – ha spiegato ancora De Raho – sono di volta in volta tutte le proiezioni che le mafie hanno sulla politica e sull’economia, che è strettamente collegata alla politica. Le mafie continuano ad essere forti perché ricche e riescono a reinvestire nell’economia attraverso, di volta in volta, intestatari fittizi che sono molto spesso soggetti economici apparentemente affidabili e credibili. Nella politica riescono addirittura formare i loro esponenti quando non si limitino ad inquinare il tessuto politico o a infiltrarsi nelle pubbliche amministrazioni”.

Eppure, appena qualche giorno prima, il ministro dell’Interno, Marco Minniti, nel corso del suo intervento alla cerimonia inaugurale dell’anno giudiziario a Reggio Calabria aveva lanciato un accorato appello: “Abbiamo una sfida molto importante, i cittadini sono chiamati ad un percorso elettorale, e noi sappiamo perfettamente che le mafie, la ‘ndrangheta, votano e fanno votare. E’ importante – aveva aggiunto Minniti – che in questo percorso di avvicinamento al voto il segnale sia netto di rottura, si dica no, non vogliamo quei voti, non li chiediamo. La politica metta in campo una propria iniziativa, non può limitarsi su questo terreno a seguire quello che la magistratura ha già fatto”. “La politica deve assumere lo stesso comportamento che ha assunto la Chiesa – gli aveva fatto eco in quella stessa sede il procuratore De Raho -. La Chiesa ha detto alla ‘ndrangheta ‘siete scomunicati’, e la politica dica: fuori da noi, non sarete mai più inclusi, resterete per sempre esclusi rispetto alle nostre scelte”.

Una presa di posizione mai avvenuta in una campagna elettorale iniziata “in modo deludente con contenuti e programmi insoddisfacenti e mere dichiarazioni di principio”, come l’ha definita tre giorni fa l’ex magistrato e oggi sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che ha voluto sottolineare molto criticamente come in essa manchino completamente “i temi della lotta a mafie e del contrasto alla corruzione”.

Eppure sono questi i temi che, purtroppo, la fanno da padrone in Calabria. L’orrendo scenario delineato nelle carte dell’operazione “Stige” è l’ultima prova, in ordine di tempo, di un contesto territoriale in cui a partire da politica e istituzioni, a catena, tutti i settori della vita dei suoi cittadini risultano compromessi, alterati, asserviti agli interessi di una criminalità organizzata ricca, potente, sfrontata, organizzata, evoluta al punto che, come detto e ripetuto in diverse sedi ormai da settimane, emerge con chiarezza che le cosche non cercano più il favore della politica, ma cercano di piazzare i loro uomini direttamente nei palazzi del potere. “Negli ultimi dieci anni – ha spiegato dopo “Stige” il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri – il rapporto mafia-politica, con la prima che chiedeva il sostegno della seconda, si è ribaltato. Abbiamo documentato più volte come sono i politici che vanno a cercare i capimafia per avere pacchetti di voti in cambio non solo di appalti ma di mettere a disposizione della ‘ndrangheta la Pubblica Amministrazione che loro formalmente gestiscono”.

“A differenza di qualche anno fa in cui era la ‘ndrangheta ad avvicinarsi ai politici per averne i favori, ora è la politica che va a casa della ‘ndrangheta a chiedere il voto” ha confermato per parte sa anche il Questore del capoluogo calabrese, Amalia di Ruocco, con un concetto ripetuto anche pochi giorni fa in occasione della presentazione del “bilancio sociale” 2017 della Questura di Catanzaro. “E poiché la ‘ndrangheta è criminalità di alto profilo – si legge nel report – che ama il potere e la ricchezza, i favori chiesti ai politici sono la cogestione della cosa pubblica soprattutto nel settore economico e quindi degli appalti”. “Dalle indagini concluse e da quelle in corso – è scritto ancora nel bilancio – emerge sempre più la conferma che la ‘ndrangheta ha messo nelle istituzioni pubbliche e locali i suoi uomini funzionali agli interessi dell’organizzazione criminale”. E poi, in conclusione, “le indagini delle forze di polizia e l’impegno della magistratura fanno certamente ben sperare, ma se non vi sarà una riscossa etica e culturale dei cittadini tutti, la società non potrà cambiare e non vi sarà sviluppo per Catanzaro e la Calabria in generale”.

E che il volto di questa regione sia allo stato letteralmente sfigurato è drammaticamente confermato dai dati che, negli ultimi 25 anni, parlano di 98 consigli comunali e due aziende ospedaliere “sciolti” per infiltrazioni mafiose (9 i provvedimenti in seguito annullati), ed altre commissioni d’accesso attualmente ancora a lavoro per verificare eventuali condizionamenti all’interno di ulteriori amministrazioni.

Una situazione drammaticamente reale in cui, ha raccontato Gratteri intervenendo a una trasmissione che andrà in onda questa sera su Rai2, “la ‘ndrangheta controlla il 20-30% dei voti. Basta spostare il pacchetto di quei voti dalla lista A alla lista B per concorrere a decidere chi farà il sindaco o il segretario comunale. Grazie anche alla Bassanini che ha abolito il comitato regionale di controllo e la possibilità di dare più poteri al sindaco”.

E commentando l’appello del ministro dell’Interno ai partiti di sottoscrivere prima delle elezioni un patto anti mafie Gratteri ha detto: “Non ci credo -. Tutti dicono di non volere i voti della mafia e che la mafia non entra nei loro partiti, poi di fatto vediamo, nel corso degli anni e delle indagini, che sempre più le mafie sono presenti nella politica, che dettano l’agenda e hanno sempre più potere sul piano elettorale. Soprattutto nei centri piccoli, ma anche nelle grandi città si sa perfettamente chi sono i mafiosi e chi sono i candidati espressioni delle mafie. C’è quasi sempre la consapevolezza di chi si mette nella lista perché le mafie da sempre votano e fanno votare. Vigilare sulle liste è un compito immane, enorme. Nemmeno duemila persone sono in grado nell’arco di tre giorni di controllare candidato per candidato e chi rappresentano. E’ un lavoro – ha concluso il procuratore -che toccherebbe a chi fa le liste e soprattutto ai suggeritori”.

Olga Iembo

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