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‘Ndrangheta, resta in carcere Domenico Paviglianiti

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Il Tribunale di Torino

Non uscirà dal carcere il “boss dei boss”. La Cassazione ha confermato il provvedimento con cui il tribunale di sorveglianza di Torino ha respinto la richiesta di “liberazione condizionale” di Domenico Paviglianiti, 56 anni, considerato uno dei capi assoluti della ‘ndrangheta reggina negli anni Ottanta e Novanta attiva anche nel Nord-Ovest, sospettato dagli inquirenti – nel corso delle vecchie indagini a suo carico – di essere coinvolto in circa 140 casi di omicidio, detenuto in regime di 41 bis. Paviglianiti fu arrestato in Spagna nel 1996 ed estradato in Italia nel 1999. La difesa sosteneva che c’era stata una violazione degli accordi: la consegna era stata disposta “con garanzia che non sarebbe stato sottoposto all’ergastolo”, che nell’ordinamento ispanico non era previsto. Nel 2006, per convincere le autorità iberiche, il Ministero della giustizia informò la Corte nazionale di Madrid che, in Italia, questa pena non implica che i condannati debbano “comunque restare detenuti in carcere indefettibilmente per tutta la vita”: quando è possibile si possono concedere permessi e benefici. Il tribunale torinese, però, ha sottolineato che Paviglianiti è sottoposto al cosiddetto “carcere duro” (l’articolo 41 bis). Questa misura, come ribadito dalla Cassazione, “ha il chiaro significato di prevenire i contatti con l’area criminale di appartenenza e postula un possibile pericolo di restaurazione di determinate logiche”. Il fatto che continui ad essere applicata non permette di ipotizzare che sia stato raggiunto “il sicuro ravvedimento del detenuto”, una dei parametri su cui si basa la liberazione condizionale.

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