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Nel 2018 sciolti per mafia 3 Comuni al mese, Gratteri: “Il tema dei prossimi anni”

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Dall’inizio dell’anno a oggi sono 12 i Comuni italiani sciolti per infiltrazioni della criminalità organizzata: 3 al mese. Ben 21 quelli sciolti lo scorso anno, per un totale di 33, e una media di due Comuni sciolti al mese.

Il dato a dir poco allarmante è stato rilanciato da “Avviso Pubblico”, che ha fatto un po’ di conti all’indomani della delibera con cui il Consiglio dei ministri ha deciso lo scioglimento per infiltrazioni mafiose dei Comuni di Platì (Reggio Calabria, già sciolto nel 2006 e nel 2012), Limbadi (Vibo Valentia), e poi ancora Bompensiere (Caltanissetta), Caivano (Napoli), Manduria (Taranto).

E proprio Limbadi torna così alla ribalta delle cronache dopo che il 9 aprile scorso un’autobomba ha ucciso Matteo Vinci, candidato alle ultime elezioni locali. Ma è l’intera Calabria, in verità, a portare la “maglia nera” a proposito di un tema scottante quanto attuale, un tema “di cui ci si occuperà tantissimo nei prossimi anni” ha preventivato il procuratore della Repubblica del capoluogo calabrese, Nicola Gratteri, appena pochi giorni fa nel corso della lezione che ha tenuto al Master in Intelligence dell’Unical.

Alla Calabria, assieme a Calabria e Sicilia, del resto, appartengono il 92 per cento dei 101 scioglimenti decisi dal 2012 ad oggi (mentre dal 1991, anno di introduzione dell’attuale normativa, sono 308 gli enti locali commissariati per infiltrazioni mafiose). E non è certamente un caso se si tratta delle tre regioni d’origine delle principali organizzazioni criminali operanti in Italia e all’estero, così come non è un caso se anche rispetto agli 8 enti locali commissariati nel Centro- nord, tra Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna e Lazio, dal 2011 ad oggi, non sono estranee realtà criminali come la ‘ndrangheta. E ancor più eloquente risulta il “bilancio” strettamente calabrese che nei mesi scorsi, prima degli ultimi “accessi antimafia” seguiti a dirompenti inchieste giudiziarie come l’operazione “Stige”, o di questi ultimissimi scioglimenti voluti dal Consiglio dei ministri, già parlava di 98 consigli comunali e due aziende ospedaliere “sciolti” per infiltrazioni mafiose negli ultimi 25 anni (9 i provvedimenti in seguito annullati).

Sono numeri che confermano l’assoluta gravità del fenomeno delle infiltrazioni mafiose nelle Amministrazioni locali, sottolineato da tutti gli operatori del settore, compresi gli organi di Intelligence, come emerge dalla relazione della Direzione investigativa antimafia, e dalla Commissione parlamentare antimafia, nella cui ultima relazione conclusiva è sottolineato il “fortissimo interesse da parte dei gruppi criminali per le risorse gestite dagli enti locali e una strategia volta a condizionare dall’interno le singole amministrazioni, a partire da quelle dei comuni di più limitate dimensioni, al fine di indirizzarne le decisioni di spesa”. E, di più, nelle motivazioni degli scioglimenti dei consigli comunali degli ultimi anni “viene evidenziata sempre più una impressionante correlazione tra presenze mafiose nelle istituzioni, investimenti pubblici in opere infrastrutturali e corruzione”.

Concetti ribaditi con forza anche dal procuratore Gratteri che ha analizzato “a monte” il problema, ricordando come la ‘ndrangheta abbia effettuato il “salto di qualità con la Santa, che ha consentito di intensificare i contatti con il potere, attraverso logge massoniche deviate non riconosciute dalle organizzazioni ufficiali. In questo modo – ha spiegato – la ‘ndrangheta, si è potuta sostituire al potere legale, condizionando la partecipazione elettorale e la vita amministrativa, in una sorta di cogestione della cosa pubblica che riguarda gran parte della nostra regione”. Secondo il magistrato sono state le leggi Bassanini emanate negli anni ‘90 per semplificare l’attività amministrativa, eliminando i controlli esterni, a far proliferare la mafia, e “adesso – ha denunciato Gratteri – è direttamente la ‘ndrangheta in diversi casi che decide i sindaci e compone le liste, perché l’organizzazione vota e fa votare in quanto ha bisogno di gestire e avere consenso”.

Un meccanismo perverso che deve essere aggredito e scardinato perché ci si possa riappropriare della gestione della cosa pubblica tranciando i “collegamenti” che la criminalità si è creata per “entrare” nella vita sociale ed economica, e che proprio per questo rappresenta la sfida per gli anni a venire. Una sfida che, però, il Paese non è ancora pronto a sostenere adeguatamente se è vero, come sostiene Gratteri rispetto al tema dei Comuni sciolti per mafia, che: “La legge non è assolutamente adeguata e va cambiata prevedendo commissari a tempo pieno con poteri straordinari tali da licenziare i dipendenti e annullare le gare d’appalto. Le norme devono cambiare – ha concluso – fino a quando non sarà più conveniente delinquere”.

Olga Iembo

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