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Olio, la Confederazione Italiana Agricoltori: ecco come rilanciare il settore (VIDEO)

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Più quantità e qualità, investimenti in ricerca, aggregazione di filiera e cooperazione nel Mediterraneo. Sono queste le quattro azioni indispensabili per il rilancio dell’olivicoltura italiana secondo la Cia, che le ha esposte nel suo primo forum olivicolo Nazionale, svoltosi proprio in Calabria con la partecipazione di tecnici, scienziati e rappresentanti delle istituzioni accomunati dall’obiettivo di rendere il settore più competitivo ed innovativo e di fare dell’olio d’oliva, prodotto simbolo del benessere alimentare e della nostra identità, un argine all’impoverimento. In Italia, l’ulivo conta 825 mila aziende e circa 5 mila frantoi, ed è coltivato su una superficie di quasi 1 milione e 200 mila ettari. Per comprendere quanto pesi il settore-olio pesi nella nostra economia è sufficiente sottolinea che che il valore complessivo della produzione agricola è di un miliardo e 300 milioni di euro, mentre il fatturato dell’industria olearia supera ampiamente i 3 miliardi di euro. Eppure, nonostante questi numeri, il settore fatica a rinnovarsi, a stare dietro a competitori con sistemi olivicoli più moderni, come la Spagna, che si espandono sfruttando un mercato caratterizzato da una domanda sempre crescente: dal 1990, cioè negli ultimi trent’anni, a livello mondiale il consumo di olio è aumentato dell’82%. Secondo la Cia, tra i problemi più grandi dell’olivicoltura nazionale ci sono la forte polverizzazione del tessuto produttivo, costi alti e prezzi volatili, poca innovazione, ricambio generazionale insufficiente. In più, l’Italia vive una critica variabilità produttiva legata ad annate positive come quella in corso, in cui si stima una produzione di 320 mila tonnellate, alternate ad altre con drammatiche flessioni, principalmente per andamenti climatici avversi e attacchi parassitari: nel 2018, per esempio, si è assistito a un crollo della produzione di 175 mila tonnellate ed in Piglia, solo a causa della xylella, più di 4 milioni di piante hanno perso totalmente la propria capacità produttiva. Ma il nodo cruciale è legato all’età e alla bassa densità degli uliveti: la superficie olivicola italiana è occupata per il 63% da uliveti adulti, cioè con più di 50 anni, e solo per l’1% da uliveti che hanno meno di 5 anni. Inoltre, solo il 5% della superficie olivicola è caratterizzata da uliveti intensivi e giovani, mentre il 42% ha meno di 140 piante a ettaro. È dunque evidente che è necessario agevolare nuovi impianti a più alta densità ed incentivare la riqualificazione di quelli esistenti per incrementare produzione e produttività degli uliveti. Il Piano strategico della Pac è l’occasione per superare questo divario e guidare la ristrutturazione e la riconversione, partendo dalla mappatura dell’olivicoltura attuale e da una strategia pluriennale, coinvolgendo direttamente le imprese. Dunque, si devono aumentare le quantità ma va anche valorizzata la qualità del nostro olio extravergine che conta 42 dop e 5 igp, tra Toscana, Calabria, Puglia, Marche e Sicilia, raccontando i territori col sostegno di ristorazione e turismo. Fondamentale investire in innovazione e ricerca coordinata, mettendo a disposizione delle aziende olivicole tecniche produttive e di difesa fitosanitaria per preservare le risorse naturali e la biodiversità, e producendo, grazie alle nuove tecnologie, varietà autoctone più resistenti alle malattie ed ai cambiamenti climatici. Per la Cia occorre sostenere le organizzazioni di produttori controllate dagli agricoltori e propense all’innovazione e alla sostenibilità, e premiare quelle che coprono la filiera dal campo fino alla tavola. E poi, è urgente rilanciare una strategia mediterranea di cooperazione e promuovere un progetto solidale fra agricoltori, soprattutto giovani e donne, per contrastare la crisi economica, la disoccupazione e la desertificazione umana delle zone rurali.

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