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Omicidio Piscopio, il movente nei maltrattamenti verso l’ex moglie e i figli

Un omicidio premeditato quello di Massimo Ripepi, avvenuto domenica 21 ottobre scorso a Piscopio, frazione di Vibo Valentia. Ne sono convinti gli investigatori che hanno chiuso a tempo di record l’indagine sul delitto che ha portato al fermo del cognato della vittima, Giuseppe Carnovale, di 48 anni, di Vibo, e del figlio del morto, Michele Ripepi, 18 anni, il quale avrebbe aiutato lo zio nella sua missione di morte iniziata all’interno di un circolo ricreativo e conclusa all’esterno, colpendo la vittima con tre colpi di pistola agli arti inferiori e alla schiena. I dettagli dell’operazione sono stati resi noti stamani dai sostituti procuratori Filomena Aliberti, Roberto Caputo (titolare dell’indagine), dal comandante della Compagnia carabinieri di Vibo Valentia Gianfranco Pino, dal tenente Luca Domizi e dal vice dirigente della Squadra mobile di Vibo Cristian Maffongelli. I due, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbero pianificato il delitto potendo contare sull’assiduità con cui la vittima frequentava la sala da gioco, soprattutto quella della frazione. Una vendetta, dunque, covata dal figlio di Ripepi e dall’esecutore materiale reo confesso, costituitosi ai carabinieri ieri sera accompagnato dal suo legale, l’avvocato Adele Manno, per i continui maltrattamenti del 42enne verso l’ex moglie e i figli. E dalla deposizione del cognato, a quanto pare tesa a scagionare il nipote, è emerso invece proprio il coinvolgimento attivo di quest’ultimo nell’uccisione del padre che già il 4 giugno dello scorso anno era scampato all’agguato teso dall’altro figlio, in questo caso minorenne, a colpi di pistola. Inquirenti ed investigatori hanno rilevato l’assenza di collaborazione tra gli abitanti della frazione e in particolare quelle che che hanno assistito alla sparatoria all’interno e all’esterno del circolo in cui sono stati esplosi in tutto nove colpi di pistola che non è stata ritrovata. Gli elementi acquisiti sono stati quelli delle telecamere di sorveglianza private e i trascorsi della vittima e del cognato che già nell’agosto scorso erano giunti alle mani dopo il danneggiamento di un’auto ed un discussione avvenuta all’interno della caserma dei carabinieri. E infine, la presenza dell’auto di Michele Ripepi, notata da un agente di polizia fuori servizio nei pressi del luogo dell’omicidio.

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