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Operazione Stige, sgominata holding con propaggini in Germania e nel resto d’Italia

Tra i 169 arrestati ci sono politici e boss del Cirotano Scritto da:

Sono 169 gli arresti effettuati, in diverse regioni italiane ed in Germania, dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Crotone in una maxi-operazione, denominata “Stige”, contro affiliati e favoreggiatori della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina. Al centro dell’inchiesta, coordinata dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro, le infiltrazioni della cosca in diversi settori imprenditoriali ed economici in Emilia Romagna, Veneto, Lazio, Lombardia ed in Germania, che le hanno consentito di strutturarsi come una vera a propria holding capace di gestire affari per milioni di euro.

Tra le persone arrestate ci sono ben tre sindaci: spicca il nome del sindaco di Cirò Marina, Nicodemo Parrilla, che è anche il presidente della Provincia di Crotone, accusato di associazione mafiosa e ritenuto dagli inquirenti il rappresentante della cosca nelle istituzioni locali. Per gli inquirenti, Parrilla sarebbe diventato sindaco, nel 2006 e nel 2016, ed ha potuto arrivare alla presidenza della Provincia grazie all’appoggio della cosca. Oltre a Parrilla, sono stati arrestati il sindaco di Strongoli, Michele Laurenzano, e quello di Mandatoriccio, Angelo Donnici. Complessivamente, gli amministratori coinvolti sono una decina: tra essi figurano anche il vice sindaco di Cirò Marina, Giuseppe Berardi, il vice sindaco di Casabona, Domenico Cerrelli, il presidente del consiglio comunale di Cirò Marina, Giancarlo Fuscaldo, l’ex vice sindaco di Mandatoriccio, Filippo Mazza, e l’ex vice sindaco di San Giovanni in Fiore, Giovambattista Benincasa. E poi, l’ex sindaco di Cirò Marina, Roberto Siciliani, che nel 2011 battè Parrilla alle elezioni, ed il fratello Nevio, ex assessore.

Le accuse rivolte ai 169 indagati sono di associazione mafiosa, tentato omicidio, estorsione, detenzione di armi, autoriciclaggio, peculato, intestazione fittizia di beni, concorrenza illecita con minacce e danneggiamento, reati tutti aggravati dal metodo mafioso. Secondo le indagini, condotte dal procuratore della Dda, Nicola Gratteri, dal procuratore aggiunto, Vincenzo Luberto, e dai sostituti Domenico Guarascio, Fabiana Rapino e Alessandro Prontera, la cosca sarebbe infiltrata in tutti i settori della vita economica cirotana: dal porto al commercio del vino, dalla produzione del pane alla vendita del pescato, dalla raccolta dei rifiuti al business dei migranti, dalle slot-machine alle lavanderie industriali al servizio di alberghi e ristoranti. Questo consentiva ai Farao-Marincola di disporre di ingenti risorse economiche, che venivano reimpiegate in numerose attività imprenditoriali: nel corso dell’operazione sono stati sequestrati beni per oltre 50 milioni di euro ritenuti riconducibili alla cosca, patrimoni che secondo gli investigatori sono stati accumulati illecitamente nel corso degli anni. Per quanto riguarda la Germania, dove 13 persone sono state arrestate per estorsione, l’influenza dei cirotani si estendeva ai lander dell’Assia e del Baden-Wurttemberg ed interessava diversi imprenditoriali: vendita del pane, commercio di vino, raccolta dei rifiuti, appalti pubblici e perfino servizi funebri. Ai ristoratori di origine italiana di Francoforte, Monaco di Baviera, Stoccarda e Wiesbaden, ad esempio, veniva imposto l’acquisto di vino, prodotti caseari e di pasticceria, olio e semilavorati per la pizza forniti da imprese legate alla cosca. Inoltre, gli emissari dei Farao-Marincola erano anche coloro che ricomponevano le eventuali controversie che si venivano a creare tra i ristoratori.

Le responsabilità degli amministratori pubblici di Cirò Marina arrestati derivano dalla collusione con l’organizzazione mafiosa nel controllo dell’accoglienza dei migranti. Per i magistrati dell’Antimafia, era riconducibile alla cosca l’immobile adibito a centro profughi gestito da una serie di cooperative compiacenti i cui rappresentanti avrebbero fatto da collegamento con gli enti pubblici per ottenere finanziamenti ed autorizzazioni. In questo modo la ndrina otteneva, sostanzialmente in esclusiva per le proprie ditte, la fornitura di beni e servizi ai migranti, anche grazie al sistematico ricorso a fatturazioni gonfiate.

A capo dell’organizzazione è ritenuto il boss Giuseppe Farao, 70 anni, al quale facevano riferimento le ‘ndrine di Casabona, guidata da Francesco Tallarico, e quella di Strongoli, retta dalla famiglia Giglio. Negli anni, la cosca si è sempre sviluppata, individuando canali d’investimento sempre più remunerativi, limitando al massimo il ricorso alla violenza ed evitando gli scontri interni. Le indagini hanno ricostruito la rete di imprenditori collusi che ottenevano lavori e commesse in cambio di finanziamenti ed assunzioni.

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