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Politica e ‘ndrangheta in Calabria: i partiti sospendano gli indagati (VIDEO)

Importanti inchieste della magistratura, passate e recenti, hanno messo in evidenza come la politica calabrese non sia indenne da rapporti, diretti, indiretti o mediati con la ‘ndrangheta. Non è cosa che possa essere sottovalutata o derubricata come ordinaria amministrazione. La lotta alla mafia, in Calabria, così come testimoniato da tanti autorevoli osservatori nonché da relazioni ufficiali delle istituzioni competenti, ha significato non solo perseguire gli esponenti delle ‘ndrine, ma immergersi anche nel sottobosco della politica e della burocrazia ammalata, collusa, inquinata.

I partiti sono chiamati, oggi più che mai, a sospendere propri esponenti, ancor di più se nel ruolo di rappresentanti nelle istituzioni di ogni ordine e grado, indagati per ogni tipo di rapporto con la ‘ndrangheta. Non basta pronunciare discorsi antimafia per ritenersi a posto con quella che potremmo definire come una coscienza politica. Occorre essere conseguenti con le enunciazioni e mettere fuori della porta soggetti colpiti da inchieste antimafia, senza se e senza ma. Quello che stiamo affermando non ha nulla a che vedere con le garanzie costituzionali dei tre gradi di giudizio che non vengono negate a nessuno. Qui stiamo parlando di politica e di tolleranza zero nei confronti di gravi sospetti emersi nel corso di indagini delle forze dell’ordine coordinate dalla magistratura.

In Calabria questo ragionamento, come in Sicilia, ha più ragione che altrove. Non c’è segnale, infatti, nonostante la sempre più forte attività repressiva dello Stato, che la ‘ndrangheta stia arretrando. Anzi, pare proprio il contrario. La stessa crisi economico-sociale in atto pare aprire spazi maggiori per le infiltrazioni anche subdole della criminalità organizzata. È intollerabile che in Calabria siano esistiti ed esistano casi di esponenti politici indagati per reati messi in relazione con attività delle ‘ndrangheta che non siano stati sospesi dai partiti in attesa del giudizio dei Tribunali. Quanti hanno responsabilità politiche alte e di guida hanno il dovere morale e civile di schierarsi fattivamente, e non solo a parole, a fianco dello Stato e della sua azione di repressione di un crimine organizzato che ha spudoratamente infiltrato gangli vitali della società calabrese, tra politica, economia ed imprese, burocrazia. Meglio riabilitare, con i dovuti onori, eventuali soggetti indagati e poi scagionati o assolti, che non correre il rischio, magari anche in un solo caso, di tollerare connivenze tra politica e ‘ndrangheta. La tolleranza significa consentire a soggetti indagati di continuare ad esercitare il loro ruolo per nome e per conto dei partiti, e magari anche di influenzare l’andamento delle competizioni elettorali, la vita istituzionale, le scelte di governo.

C’è chi sa e fa finta di non sapere? Perché? Il garantismo non può essere la scusa per rinviare provvedimenti politici che devono essere assunti prima dei giudizi dei tribunali. Prevenire è meglio che curare, perché la ‘ndrangheta va estirpata e isolata prima di tutto sul piano sociale, dimostrando che non si lasciano spazi di manovra, che non si può correre neanche il minimo rischio di dare legittimità a quanti potrebbero essere in contatto con il crimine organizzato. E diciamola, infine, un’altra verità. Se in Calabria si fossero ascoltate le “chiacchiere” che sempre circolano in casi di soggetti politici “border line”, alcuni partiti avrebbero evitato figuracce colossali. La corsa ai consensi può trarre in inganno e far abbassare la guardia, ma poi il prezzo si paga doppio, in termini sostanziali e d’immagine. I partiti in Calabria hanno il dovere di selezionare attentamente le classi dirigenti, senza farsi condizionare da situazioni inaccettabili.

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