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Processo Aemilia, depone il campione del mondo Vincenzo Iaquinta

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“Non vedo il motivo per cui sono in un processo di ‘ndrangheta, con cui non c’entro niente”. Vincenzo Iaquinta, ex calciatore della nazionale e campione del mondo nel 2006, originario di Cutro, ha deposto in Tribunale, a Reggio Emilia, in una delle udienze del processo di ‘ndrangheta Aemilia. Lui e suo padre Giuseppe, imprenditore edile, sono imputati nel procedimento sulle infiltrazioni del clan cutrese in Emilia Romagna.

“È una tortura ogni giorno, per me e per la mia famiglia. Io e mio padre siamo innocenti”. L’ex calciatore deve rispondere di alcune sue pistole, che deteneva legalmente, ma che durante una perquisizione vennero trovate a casa del padre, cui, nel frattempo, era stato tolto il porto d’armi. “È stata una ingenuità – ha detto – le avevo comprate per legittima difesa, ma mai portate in giro. Mio padre le ha prese a mia insaputa per metterle al sicuro, perché mia sorella, che era incinta, mi aveva chiesto se poteva stare a casa mia”. “Le pistole le hanno prese due giorni dopo la prima perquisizione; se avessi avuto qualcosa da nascondere nel frattempo le avrei portate via, e invece sono stato io a dirgli che c’erano. L’ho fatto perché sono una persona onesta, come mio padre”. “Guadagnavo tre milioni di euro l’anno: non avevo certo bisogno dei soldi della ‘ndrangheta’”.

Stessa linea di difesa per Giuseppe Iaquinta, imprenditore edile cutrese trasferitosi a in Emilia da trent’anni. “Non avevo bisogno di fare affari con nessuno – ha detto ai pm Mescolini e Ronchi – I miei affari li ho sempre fatti da solo, sono sempre stato socio unico delle mie società e le cose le ho fatte in maniera pulita”. A proposito degli incontri con il boss Nicolino Grande Aracri aggiunge “Non lo vedevo da 25 anni. Ci conosciamo da quando eravamo bambini, andavamo nella stessa scuola, ma l’ho rivisto solo nel 2011 per fargli conoscere la fidanzata di mio nipote”.