lunedì, 12 ottobre 2026

L’omicidio di Gioffrè maturato in uno scontro tra ‘famiglie’ per le estorsioni (video)

Domenico Fioramonte (cl. ‘77) di Taurianova; Giuseppe Domenico Laganà Comandè (cl. ‘98) di Polistena; Saverio Rocco Santaiti (cl. ‘60) di Seminara. Sono loro i tre uomini arrestati dai Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria per l’omicidio di Fabio Giuseppe Gioffrè, avvenuto a Seminara il 21 luglio scorso. In fase esecutiva, inoltre, i militari dell’Arma di Gioia Tauro hanno tratto in arresto, al termine della perquisizione domiciliare, anche Fioramonte Salvatore, cl. ’85, trovato in possesso di un revolver cal. 38 con matricola abrasa, carico, occultato all’interno di un armadio del garage della propria abitazione di San Ferdinando.

I fatti

Il 21 luglio 2018, in contrada Monte di Seminara, in un terreno di proprietà in cui svolgeva l’attività di allevatore, il pregiudicato Fabio Giuseppe Gioffrè, detto “Siberia”, fu ucciso a colpi d’arma da fuoco da due soggetti col volto travisato. Nell’agguato rimase ferito anche un minore bulgaro, attinto al torace ed al braccio sinistro; il capannone che si trova sul fondo agricolo, inoltre, veniva parzialmente danneggiato da un incendio, probabilmente appiccato dagli stessi autori dell’omicidio.

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Le indagini

Le indagini, essenzialmente basate su acquisizioni di natura tecnica (e complicate dal contesto sociale e familiare della vittima, particolarmente omertoso e ostile), hanno permesso di ricostruire la dinamica dell’agguato e di accertare le responsabilità, quale esecutore materiale dell’omicidio in concorso con un altro soggetto in via di compiuta identificazione, di Fioramonte Domenico, titolare di un frantoio in Seminara, ritenuto contiguo ai “Grasso” di Rosarno.

L’omicidio, dunque, si inserirebbe “nell’ambito delle dinamiche estorsive poste in essere dai gruppi Laganà e Santaiti, entrambi attivi nel territorio di Seminara e a tratti contrapposti alla cosca “Gioffrè, di cui la vittima era un esponente di rilievo”.

Nel corso degli accertamenti svolti per l’operazione “Ares”, infatti, erano state captate una serie di conversazioni ambientali dalle quali emergeva che nel maggio scorso i Fioramonte, legati da vincoli di parentela con i Grasso, si erano rivolti a Rosario Grasso per cercare protezione dalle pretese estorsive dei Laganà e dei Santaiti, che stavano “strozzando” l’attività imprenditoriale di famiglia. Si tratta – scrivono i carabinieri – di due estorsioni documentate in danno dell’impresa familiare dei Fioramonte, reiterate in un ampio arco temporale, oggetto dell’odierno provvedimento in relazione alle posizioni di Laganà Comandè e Santaiti”.

In questo contesto Fabio Giuseppe Gioffrè (poi vittima dell’omicidio) si sarebbe attivato per portare davanti ai Grasso i soggetti che avevano commesso le estorsioni, vale a dire Laganà Comandé e Santaiti. I Grasso, secondo gli inquirenti, avrebbero chiesto di bloccare le estorsioni e, ai Laganà, di reagire duramente nei confronti di eventuali altri tentativi di estorsione, potendo contare proprio sul loro appoggio.

“Si tratta evidentemente – scrivono gli inquirenti – di un ambito particolarmente insidioso, in cui il Gioffré dimostrava in maniera evidente una certa disinvoltura e una evidente credibilità, come attestato dai colloqui con il capocosca Grasso Rosario e dall’iniziativa di portare davanti a quest’ultimo Laganà e Santaiti. Il suo ruolo appare però molto delicato e rischioso poiché, in labile equilibrio fra rapporti obliqui e opachi, risultavano sin da subito concreti elementi che facevano intravedere un suo personale interesse nella vicenda”. Nella famiglia Fioramonte, dunque, “taluni riponevano fiducia nella capacità di mediazione del Gioffrè, altri apparivano infastiditi dalla sua intromissione”. 

Il movente

L’omicidio di Gioffrè, insomma, secondo la pubblica accusa costituisce la “reazione sanguinaria della famiglia Fioramonte alle reiterate richieste estorsive ricevute dai mafiosi di Seminara, perpetrata da Domenico Fioramonte con l’evidente scopo di porre fine – con tale azione eclatante, così dimostrando di possedere un’analoga capacità criminale – alle reiterate ritorsioni subite dalla sua famiglia dai mafiosi seminaroti”.