lunedì, 22 luglio 2024

Quale futuro per la Lega? La risposta in Gramsci e nei nuovi orizzonti della geopolitica mondiale ed europea

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Quale futuro politico per la Lega? Partiamo dal modo in cui è stato gestito il trionfo di consensi delle Europee (34,33% con Fdi ancora al 6,46%) e dalla corretta intuizione di trasformarla in partito nazionale. Intuizione giusta ma poi non ben costruita, soprattutto al Sud. L’errore esiziale, ma ancora recuperabile, è stato quello di immaginare di gestire e governare mediaticamente un enorme segnale di attenzione, piuttosto che varare subito una moderna e solida piattaforma politico-programmatica. In una Paese in crisi profonda una parte consistente di consenso si sposta in modo frenetico e disordinato. In questi ultimi anni abbiamo avuto già tre clamorosi esempi di rapide ascese e altrettanto repentini crolli: Matteo Renzi, i 5Stelle, la Lega. Voti fluttuanti provenienti da tre blocchi sociali principali: un tradizionale mondo di sinistra in continua evoluzione, un’area produttiva e “borghese” in cerca di leader e riferimenti nuovi, un variegato strato di popolazione in condizione di forte disagio e di precarietà. È in corso un’altra ascesa, quella di Giorgia Meloni e di Fdi, cui converrà guardare alla lenta costruzione di un partito conservatore di stampo europeo, senza rimanere imbrigliata da coalizioni consumate e oggettivamente disomogenee che possono costruire la convenienza momentanea di gruppi dirigenti locali o regionali ma non del leader. Tutto lascia intendere che Giorgia Meloni abbia ben capito quale strada percorrere, purché non commetta l’errore di resuscitare un concetto ormai antiquato, superato e indigeribile di “destra”. La “destra” in Europa è stata storicamente l’espressione degli interessi della più miope alta borghesia capitalistica, trasformata in adesioni di massa solo dal Fascismo e dal Nazismo, funzionali entrambi al perseguimento drammatico dei privilegi di pochi mascherato da visioni pseudo-popolari e demagogiche. Collocarsi a “destra” sarebbe per la Meloni un errore politico ghettizzante, mentre è molto praticabile la via di un conservatorismo di stampo anglosassone.

Torniamo alla Lega. Troveremo negli intramontabili ragionamenti di Gramsci la risposta corretta. Nell’analisi gramsciana è centrale un gruppo sociale in grado di influenzare e trasformare le coscienze e il modo di pensare dell’intera società. La trasformazione in partito nazionale (dopo la lunga fase nordista e federalista di Bossi, che pur ebbe positiva azione “rivoluzionaria” in un’Italia resistente ad uscire dagli schemi partoriti dopo la seconda Guerra mondiale) avrebbe dovuto indurre alla strutturazione rapidissima di una base politico-programmatica idonea a costruire un gruppo sociale di riferimento, gramscianamente inteso. Quale può essere, oggi, per la Lega, il gruppo sociale di riferimento? È il mondo del lavoro post-industriale, che ha superato (se non spesso sovvertito) i concetti di capitalismo e di proletariato, con mille sfaccettature che però guardano tutte ai concetti di democrazia avanzata, di efficienza, di digitalizzazione dei processi, di competitività, di fisco giusto non basato sui condoni generalizzati che favoriscono solo i furbi, di giustizia civile rapida, di destrutturazione dello Stato burocratizzato. È il mondo delle professioni e delle specializzazioni, dai servizi avanzati all’agricoltura di filiera, dall’industria 4.0 all’istruzione e alla formazione, che chiede il trionfo della meritocrazia, la demolizione dei sistemi clientelari, la generazione continua di opportunità. È il mondo della consapevole riappropriazione delle radici identitarie rispetto a tutti i limiti di una globalizzazione mal concepita, ma che deve essere esaltato in una dimensione post-ideologica e di modernità attenta ai diritti universali, e non rischiare di essere confuso con rigurgiti nazionalistici, con antistoriche posizioni sovraniste e pregiudizialmente anti-europeiste, con fanatismi ideologici di una destra indigeribile. E poi il mondo delle autonomie, culturali e territoriali, in un’ottica di organizzazione federale e federata della società che faccia proprio il concetto pitagorico e magnogreco dell’armonia che tutto tiene in piedi senza assurde forzature nordiste o sudiste. Recuperare appieno la potenza creatrice delle poleis della Magna Grecia (se si guarda da Sud) o della civiltà dei Comuni (guardando da Nord) che diedero vita al Rinascimento. I due momenti più alti della storia europea sono stati, sotto tutti i profili, la Magna Grecia e il Rinascimento: ecco le radici culturali che possono legare indissolubilmente il Nord e il Sud del Paese in una logica rispettosa delle rispettive autonomie ma anche unitaria. A guardar bene, tutti questi mondi non sono separati da barriere, ma piuttosto un tutt’uno, perché intrecciati fra loro, ed hanno in coabitazione anche molti elementi fondanti del cosiddetto progressismo, quali una forte coscienza ambientalista, il funzionamento ottimale dei servizi sociali, una visione moderatamente keynesiana dell’economia e non un approccio ultra-liberista o della legge del più forte. Ecco perché il primato di una Lega post-ideologica, perché il mondo è cambiato più di quanto oggi i tradizionali partiti non riescano a percepire, e perché è mutata profondamente la società, spazzando via vecchie categorie ideologiche e di pensiero. Ma questi mutamenti continui stanno lastricando l’Italia di feriti, di contusi, di drammi sociali che generano rabbia e protesta. La rabbia e la protesta non sempre hanno ragione, soprattutto se chiedono solo assistenzialismo e non politiche generatrici di occupazione produttiva, se reclamano diritti senza pensare ai doveri di impronta mazziniana, se immaginano uno Stato-mamma quando lo spazio per tutti si garantisce solo creando ricchezza e puntando sul lavoro. Ecco l’errore, quindi, di immaginare di governare continuamente e quasi solo con il supporto della comunicazione, per quanto sofisticata, la rabbia sociale che si sposta velocemente se non viene assecondata da proposte sempre più populiste. Il populismo e la demagogia, però, allontanano le legittime aspirazioni del gruppo sociale di riferimento, l’unico in grado di trainare proposte politiche non solo corrette ma anche in sintonia con un’idea di rigenerazione intelligente dell’Italia che ancora non funziona. Inseguire la rabbia e la protesta non porta da nessuna parte, mentre è utile e genera consensi stabili il recepimento continuo delle istanze sane che provengono dalla società. Una Lega aperta, pertanto, in maniera organica, alla valorizzazione dei ceti intellettuali, anche per non correre il rischio di contare troppo sull’apporto di potentati locali per natura autocratici e autoreferenziali.

Da Gramsci alla valutazione serena e anche pragmatica della dimensione geopolitica di questo terzo millennio. Un recente discorso di Joe Biden, presidente Usa, ha chiarito bene la situazione: Usa da una parte, con richiesta netta agli alleati di schierarsi, e Cina dall’altra. Dialogo con la Russia, ma con estrema attenzione. Prima di sottovalutare, come alcuni fanno, la figura di Joe Biden, si legga attentamente la sua biografia. Un curriculum straordinario sotto la bandiera a stelle e strisce. La Lega dovrebbe al più presto collocarsi nella dimensione del partito più atlantista d’Italia, svolgendo magari il compito di ponte (solo politico-culturale) con una Russia da tenere lontana da ipotesi di alleanza strategica con la Cina. Atlantisti e filoamericani senza se e senza ma, anche perché le loro decine di migliaia di morti ci hanno scrollato di dosso il fascismo e il nazismo. Non dovremmo dimenticarlo mai! Resta un ragionamento sull’Europa. Per la Lega la strada non può essere che quella di un europeismo convinto e leale, da perseguire fino alla proposta di vera unione politica, meglio in un’ottica federalista. Il percorso culturale del federalismo europeo, troppo presto accantonato, ha radici nobilissime che la Lega potrebbe recuperare anche per rispetto all’intuizione federalista di Bossi e di Miglio: Altiero Spinelli, fra i giganti, ma consiglierei anche di leggere gli scritti illuminanti dello svizzero Denis de Rougemont. Un ultimo accenno all’Italia. La Lega, partito unitario delle autonomie territoriali, atlantista e convintamente europeista in senso federalista, farebbe bene a proporsi subito come forza politica di convinto sostegno a Mario Draghi. Una Lega equidistante dagli obsoleti concetti di centrosinistra e di centrodestra, centrale e non centrista. Ribadisco il concetto di fondo: centrale e non centrista. Una Lega pronta a dialogare con chiunque predichi riforme serie e strutturali, governabilità, efficienza, meritocrazia, giustizia sociale fondata sul culto del lavoro e sulle opportunità per tutti, sostegno decisivo al mondo produttivo, sviluppo sostenibile basato sulla massima valorizzazione delle identità culturali locali e regionali. La Lega sarebbe chiamata, abbandonando l’idea un po’ antiquata (e ormai opzionata in altra declinazione dalla Meloni) di partito repubblicano, a costruire l’area centrale (e non centrista) dello schieramento politico italiano, baricentrica e intelligentemente equidistante da rigidità ideologiche sepolte dal corso della storia. La Lega dovrebbe anticipare con un’assemblea rifondatrice tutti i possibili processi di aggregazione politico-programmatica che partiranno ineluttabilmente a breve in vista delle elezioni politiche del 2023. Il maggiore beneficiario di questa “rivoluzione” sarebbe – ma forse qualcuno lo induce a credere il contrario – proprio Matteo Salvini, altrimenti destinato, in tempi non lunghi, a portare la croce. E a portare la croce, in genere, ti lasciano sempre da solo!