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Resistenza agli antibiotici, bisogna fare in fretta: il convegno a Cosenza (VIDEO)

Il primo a capirlo fu Alexander Fleming, l’inventore della penicillina. Fu lui a prevedere che un giorno l’antimicrobicoresistenza avrebbe rappresentato un problema enorme. Nel mondo globalizzato, la rapidità con cui circolano le infezioni è estrema, e solo negli ultimi decenni si è diffusa la consapevolezza dei rischi. Ogni anno, la resistenza dei batteri agli antibiotici causa 25 mila morti in Europa e circa 70 mila in tutto il mondo, con costi che il servizio sanitario nazionale ha calcolato in circa 13 miliardi di euro. Per discutere del problema dell’antimicrobicoresistenza, presso l’Università della Calabria si è svolto un confronto scientifico durato due giorni al dipartimento di farmacia e scienze della salute e della nutrizione, in uno sforzo organizzativo che ha visto insieme docenti di area biomedica e veterinaria, tecnici e medici ospedalieri. Il problema è il non corretto impiego degli antibiotici in medicina, che è causa del 60% della resistenza agli antibiotici, ma lo sviluppo di infezioni resistenti agli antibiotici trova in agricoltura l’altra sorgente più importante, come dimostra l’aumento delle infezioni trasmesse da animali ed alimenti contaminati all’uomo. Serve, dunque, un approccio ampio della comunità scientifica, come sottolinea il direttore generale del Ministero della Salute, Silvio Borrello.

I programmi di sorveglianza sono oggi molto più efficaci, ma le iniziative isolate di singoli paesi o addirittura di interi continenti non sono sufficienti a garantire la sicurezza della salute. La visione dev’essere, dunque planetaria, in attesa che la ricerca biotecnologica sviluppi nuovi farmaci in grado di limitare l’uso degli antibiotici e di contrastare i meccanismi di resistenza come spiega la professoressa Francesca Fallarino, docente di farmacologia presso l’Università di Perugia.

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