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San Ferdinando, le ruspe abbattono una baraccopoli ormai deserta. Problema risolto?

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Si stanno svolgendo senza alcun problema di ordine pubblico le operazioni di smantellamento della baraccopoli di San Ferdinando. Del resto erano pochissimi i migranti rimasti nella baraccopoli dopo l’ordinanza di sgombero emessa nei giorni scorsi dal sindaco di San Ferdinando. Alcuni hanno accettato di trasferirsi nella vicina tendopoli, alla quale sono state aggiunte altre tende. Altri sono andati via, preferendo spostarsi in altri luoghi d’Italia. Quasi nessuno ha accettato il trasferimento nei centri Cas e Sprar della regione: un’idea francamente priva di senso visto che i migranti sono a San Ferdinando perché lì sono i campi in cui lavorano, e dunque allontanandosi non potrebbero più lavorare. In moltissimi, dunque, hanno raccolto le loro cose e si sono sparpagliati per il territorio, in attesa che la bufera passi.

A pochi, infatti, sfugge il rischio concreto di questa operazione, vale a dire l’altissima probabilità che la rimozione dell’abominio baraccopoli in realtà sposti il problema anziché risolverlo, sostituendo la baraccopoli con microinsediamenti sparpagliati sul territorio che non ingombrano la vista, e dunque le coscienze. D’altra parte poco o nulla viene fatto per affrontare la questione a monte, vale a dire per debellare il fenomeno dello sfruttamento di questi migranti ad opera dei proprietari terrieri della Piana di Gioia Tauro. Perché l’economia agricola (illegale, a questo punto) qui si basa proprio su questo: migranti che lavorano in nero, nuovi schiavi di un sistema che non si vuole scardinare.

In azione, dunque, ci sono le ruspe e gli escavatori del Genio guastatori dell’Esercito, che stanno raggruppando il materiale usato dai migranti per la costruzione dei loro rifugi – legno, lamiere, plastica – in un’area del campo in attesa della rimozione.

 

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