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Sanità, i calabresi continuano a curarsi fuori regione (VIDEO)

Mentre la crisi di governo immobilizza il Paese, la sanità calabrese fatalmente finisce allo sbando. Ieri il ministro della salute, Giulia Grillo, su Facebook, ha stilato l’elenco delle cose fatte e di quelle che, a causa della fine della tormentata coesistenza M5S-Lega, non si sono potute completare, e fra queste ultime ha inserito il mancato risanamento della sanità calabrese. C’è da dire che finora gli effetti del decreto Calabria sono stati avvertiti in maniera piuttosto tenue, e che esso non è riuscito a produrre quella stabilità al vertice delle aziende sanitarie ed ospedaliere ritenuta la più urgente pre-condizione per superare i problemi gestionali ed operativi: solo alcuni dei nuovi manager sono stati individuati, nessuno è pienamente entrato in possesso delle proprie prerogative ed i vertici di alcune aziende sono rimasti vacanti. “La crisi ha bloccato il cambiamento che avevo avviato – ha scritto la Grillo – e questa è la dimostrazione lampante che Salvini antepone le sue necessità al bene della sanità”. Ma mentre quelle della politica sono schermaglie non sempre protese verso l’interesse dei cittadini, ed anzi, più spesso si tratta di manovre opportunistiche, la realtà di tutti i giorni è fatta di ospedali in cui ci sono reparti a rischio chiusura, corsie senza medici, difficoltà quotidiane dovute ad una situazione debitoria che schiaccia le aziende e rende sempre più problematica l’erogazione dell’assistenza. In queste settimane, complici anche le ferie estive, il personale è ridotto ai minimi termini e molti pronto soccorso sono assedio, col personale sottoposto a turni massacranti. Medici ed infermieri fanno quello che possono, e purtroppo continuano anche gli episodi di violenza ai danni degli operatori da parte di persone che di sicuro hanno deficit di civiltà, ma che sono anche esasperate. Per la politica l’unica cosa che conta sono i bilanci ma dopo aver chiuso ospedali, tagliato reparti, bloccato il turn-over non si può proseguire esclusivamente con scelte di contenimento dei costi che finiscono per incidere sulla vita delle persone, specie quelle appartenenti alle fasce più deboli. Senza contare che sembra essere ripresa la fuga verso gli ospedali e le cliniche delle regioni del nord per motivi di cura: secondo i dati diffusi da Demoskopica, nell’ultimo anno sono stati 55 mila i calabresi che si sono ricoverati in strutture sanitarie di altre regioni italiane, soprattutto di Lombardia, Emilia Romagna e Lazio, con un costo di ben 319 milioni di euro per le casse della Regione Calabria. La spesa per la mobilità passiva ovviamente si riflette anche sull’efficienza degli ospedali calabresi, le cui corsie continuano a svuotarsi. Chi, quest’estate, ha avuto la necessità di ricorrere alle cure di un ospedale calabrese ben difficilmente non ha fatto i conti con lunghe attese in sale d’attesa e corsie, parcheggi dei pazienti su barelle o sedie a rotelle in mancanza di lettini, richieste inevase per i troppi impegni del personale. In una situazione del genere, non ci si può sorprendere delle difficoltà registrate nel riuscire a trovare manager chi si accollino una missione, quella di guidare le aziende calabresi, che comporterebbe enormi responsabilità e che andrebbe portata a termine con risorse limitatissime. Ed all’orizzonte si profila un autunno tremendo: secondo le previsioni dei sindacati, i pensionamenti possibili con quota 100 finiranno per svuotare i reparti.

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