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Stadio di Crotone: la cultura non si “mangia”, ma “pesa” (VIDEO)

Dieci anni fa, di fronte alle rimostranze dell’allora ministro dei beni culturali, Sandro Bondi, che si era lamentato dei tagli al settore, il collega Giulio Tremonti, plenipotenaziario della nostra economia nei governi Berlusconi, pronunciò la fatidica frase: “non è che con la cultura si mangia”, slogan diventato un mantra per l’antipolitica citato per tutto questo tempo da giornalisti, intellettuali, opinionisti, passanti per caso. Ora, sempre dal ministero dei beni culturali, s’inaugura una nuova frontiera: quella del peso della cultura, o dell’archeologia un tanto al quintale. Perchè il nuovo, ennesimo ricorso che il ministero dei beni culturali ha presentato due giorni fa al Consiglio di Stato contro l’uso dello stadio Ezio Scida eccepisce che sia proprio il peso, ovvero, la massa dei tifosi che, in media, in 6.409 occuperebbero gli spalti della struttura nelle prossime 15 gare che mancano fino alla fine del campionato di serie B, la causa di danni irreparabili ai reperti della sottostante area archeologica. Già a gennaio il Mibac aveva appellato, pur senza chiedere alcuna sospensiva, la sentenza del Tar che nel giugno dello scorso anno aveva annullato la revoca dell’autorizzazione all’installazione delle strutture amovibili di tribuna centrale e curva sud.

Nel nuovo ricorso, per motivare la richiesta di smontare le due strutture per gli spettatori il ministero sostiene che i danni al patrimonio archeologico sono già incalcolabili ed irrimediabili, e poi aggiunge che essi si aggraverebbero (ma non erano già irrimediabili?) con le prossime partite. Il peso del tifoso. L’avvocato del Crotone Calcio, Sandro Cretella, ha tacciato di rara insolenza il comportamento, giudicato contraddittorio ed anomalo, del ministero, che a suo avviso sostiene un opinabile principio: ovvero, quello secondo cui la tutela dei beni culturali non presuppone necessariamente la loro valorizzazione, ma solo la mera ed astratta salvaguardia di essi, per giunta senza che sull’area dello stadio sia stato programmato alcun intervento di recupero e di promozione dei reperti. Quella per lo stadio di Crotone, tra ministero e soprintendenza da una parte, e società di calcio e comune dall’altra, è una battaglia che va avanti ormai da oltre tre anni e mezzo, e dal canto nostro non ci sogniamo di emettere giudizi.

Un paio di osservazioni, invece, quelle vorremmo formularle. La prima: sicuro, ma proprio sicuro che il primo problema del ministero dei beni culturali su Crotone sia l’area dello stadio? Perchè, così, a memoria, sovvengono questioni un pocolino più urgenti, come la chiusura dei castelli di Crotone e Le Castella, l’area dell’antica Kroton ammantata di veleni, il parco di Capo Colonna che non sembra uno splendore, o più gravi, come si legge nelle carte dell’inchiesta Rinascita-Scott della Procura antimafia di Catanzaro. E questo senza tener conto che, a poche decine di metri dallo stadio, dalla fine degli anni ’60 sono stati costruiti palazzi di civile abitazione ai cui condòmini nessuno suggerisce di alleggerire il peso del mobilio e per i quali non sono stati consigliati, ci mancherebbe, provvedimenti di sgombero. La seconda: questa del peso dei 6.500 (arrotondiamo per eccesso) sugli spalti evoca pensieri struggenti: siamo sicuri che il Colosseo, primo secolo dopo Cristo, sia in grado di reggere l’urto della massa che lo prende d’assalto nelle domeniche gratuite? O che l’Arena di Verona, coeva dell’Anfiteatro Flavio, sopporti disinvoltamente il pubblico di tutti i favolosi concerti che ospita? Neppure vogliamo pensarci. Però sappiamo che di qualcosa bisogna sfamarsi. E questo valeva sia per Orazio, il cui stile e la cui eleganza hanno impregnato la cultura, che per il don Chisciotte di Cervantes, che se fosse nato ai giorni nostri sarebbe di sicuro stato un convinto agonista od un appassionato tifoso.

Francesco Sibilla

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