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Voodoo e sfruttamento, si ripete la storia dell’operazione “Boga”

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Con l’odierna operazione dei carabinieri di Lamezia Terme per l’esecuzione di sette fermi per associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, acquisto e alienazione di schiavi, immigrazione clandestina, riduzione in schiavitù e sfruttamento della prostituzione con l’aggravante della transnazionalità si ripete, quasi in fotocopia, il drammatico copione già venuto alla luce un anno e mezzo fa con l’operazione “Boga”.

Era il giugno del 2016 quando i militari della Guardia di Finanza, coordinati dalla Procura di Palermo, eseguirono il blitz per eseguire il fermo di tre nigeriani e di un ghanese ritenuti dediti ad attività criminose nell’ambito di un’associazione a delinquere transnazionale operante tra l’Africa e l’Italia.

Così gli investigatori svelarono l’attività di un gruppo criminale capeggiata da una “maman” che abitava a Reggio Calabria. Le attività investigative, fu allora spiegato, permisero di ricostruire come le donne nigeriane venivano fatte giungere nel nostro Paese con lo scopo di farle prostituire e sfruttarle. L’organizzazione prometteva alle vittime opportunità lavorative inducendole ad assumersi un debito di 30.000 euro per pagarsi il viaggio e l’avviamento al lavoro, ma destinandole poi in realtà all’inferno della prostituzione approfittando, tra l’altro, della situazione di vulnerabilità psicologica determinata dalla celebrazione di un rito “Voodoo” che sarebbe servito a garanzia del debito.

Una volta arrivate in Italia le donne erano costrette a prestazioni sessuali e a prostituirsi con l’obbligo di riscattare progressivamente la somma concordata per riottenere la libertà, ed evitare conseguenze non solo per loro ma anche per i familiari rimasti in Nigeria. E proprio la “maman” che abitava a Reggio Calabria fu accusata di essere “il collettore del denaro guadagnato dalle vittime e dominus del vincolo di assoggettamento determinato dai riti Voodoo”, oltre a gestire le risorse logistiche.

Agghiacciante il racconto che all’epoca gli investigatori raccolsero dalla supertestimone 26enne che sognava di fuggire dalla Nigeria per fare la tata in Italia e che, invece, si era ritrovata ridotta in schiavitù. “Mi hanno fatto un rito Voodoo per ricattarmi e farmi prostituire – riferì -. Avevano preteso 30mila euro per un lavoro in Italia ma, arrivata in Libia, mi sono trovata rinchiusa in una casa, assieme ad altre ragazze. Ho capito a cosa stavo andando incontro. Volevo fuggire, ma non potevo. Mi dissero che sarei dovuta andare in Sicilia. E così è stato. Appena arrivata, su un barcone, sono fuggita”. Per soggiogare psicologicamente le vittime, ricostruirono gli investigatori, la maman prelevava dalle donne che dovevano poi essere avviate alla prostituzione i peli del pube e delle ascelle per celebrare riti voodoo.

Quando, nel marzo precedente, tre nigeriane erano riuscite a scappare dalla casa di Reggio Calabria approfittando dell’assenza della “maman” 37enne, detta Vivian, questa non aveva nascosto la propria ira in una telefonata che gli investigatori intercettarono: “Quello che mi fa ringraziare Dio – diceva – è che di questa ho le sue mutande e i capelli. Quando è arrivata qui le ho preso quelli dalla vagina e dalle ascelle, quelli sono con me. Ho quelli della vagina, le mutande e tutto, li ho qui con me mentre ti sto parlando, sono a Padova. Se io vedo che non mi pagheranno li porterò da quell’uomo per fare schifezza (per celebrare un rito Voodoo, ndr)”.

Olga Iembo

 

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